Al Nova Festival e nel Kibbutz Kfar Aza, dove il tempo si è fermato al 7 ottobre: “Il mio ragazzo mi ha fatto da scudo, poi ho smesso di sentirlo respirare”

People attend a memorial service marking two years since the Oct. 7, 2023, Hamas cross-border attack on Israel, in Kibbutz Kfar Aza, southern Israel where many of its community members were Killed and abducted, Tuesday, Oct. 7, 2025. (AP Photo/Ohad Zwigenberg) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Siamo nel 2026, ma qui l’aria ha ancora lo stesso sapore metallico di quella mattina di ottobre del 2023. Il confine con la Striscia di Gaza è una linea sottile, invisibile e onnipresente. La guida, una portavoce dell’IDF, ci accoglie all’ingresso del Kibbutz Kfar Aza. “Proverò a fare del mio meglio per aiutarvi a capire,” dice. La sua voce è ferma e professionale, ma si incrina in modo quasi impercettibile mentre indica le case basse e bianche, circondate da una vegetazione che sta lentamente riprendendo i suoi spazi sull’uomo.

Nel Kibbutz Kfar Aza dove il tempo si è fermato

Kfar Aza fu fondato nel 1951. Prima del 7 ottobre, era un paradiso agricolo, famoso per i suoi avocado e per uno stile di vita comunitario dove non esistevano recinzioni. “Era tutto aperto,” ci racconta indicando i vialetti che collegano le case. “La gente viveva insieme, mangiava insieme nella sala da pranzo comune. Una grande famiglia allargata”. Poi, quel sabato mattina — il 7 ottobre 2023 — la storia di questo luogo è andata in frantumi. Erano le 6:29. Era Simchat Torah, la gioia della Legge, un giorno sacro e festoso. Quando le prime sirene hanno iniziato a urlare, nessuno si è allarmato davvero, perché dal 2007 il sud di Israele vive al ritmo dei razzi “Qassam”. Per i residenti di Kfar Aza, correre nel mamad (le stanze di sicurezza rinforzate) era routine — fastidiosa, ma gestibile. La gente si è svegliata, ha fatto il caffè, ha aspettato che passasse. Poi, verso le 7:00, il suono è cambiato. Non più il boato sordo delle esplosioni aeree, ma il crepitio secco – e vicino – dei colpi di Kalashnikov.

La trappola dell’armeria

“I terroristi sapevano tutto,” spiega la guida mentre camminiamo lungo i sentieri. Oggi, nel 2026, solo quattro famiglie sono tornate a vivere qui, ma il kibbutz nel suo complesso rimane uno scheletro in ricostruzione. Quella mattina, il sistema di difesa civile del kibbutz prevedeva che la “squadra di emergenza” (residenti addestrati) corresse all’armeria rinforzata per recuperare i fucili e difendere il perimetro per i primi 15 minuti, in attesa dell’arrivo dell’esercito. Ma Hamas conosceva questa procedura. I terroristi non hanno attaccato a caso; si sono posizionati preventivamente davanti all’armeria. Hanno teso un’imboscata a chi correva per difendere le proprie famiglie. Gran parte della squadra è stata falciata proprio lì, nei primissimi minuti. Ofir Libstein, capo del consiglio regionale, è stato uno dei pochi a riuscire ad afferrare un’arma. Ha cercato di tornare indietro per proteggere sua moglie Vered e i loro figli, ma è stato ucciso in combattimento. Aveva preso la sua arma dall’armeria ed era corso verso due dei suoi amici della squadra per fornire assistenza, in quanto medico della squadra. Sulla strada, è stato colpito — tragicamente e simbolicamente — molto vicino a casa sua. Uomo di pace, è morto sotto un ulivo, che nell’ebraismo è simbolo di pace.

La sua storia è l’essenza della tragedia di Kfar Aza. Quel giorno, Vered non ha perso solo lui. Ha perso il figlio diciannovenne, Nitzan. Ha perso il nipote di 22 anni, Netta. E ha perso sua madre, Bilha. Bilha aveva 80 anni e viveva in quella che qui chiamavano la “Casa Bianca”. Quando ha sentito il trambusto, è uscita sulla soglia, spinta dall’innocenza di chi aveva sempre vissuto a porte aperte, senza paura. Non sapeva che fuori c’erano i terroristi. Era uscita sotto il portico per recuperare il suo telefono, voleva mettersi in contatto con la famiglia. L’hanno uccisa proprio lì, sull’uscio di casa. Il suo telefono ha continuato a squillare nel vuoto.

I codici sui muri

Ci fermiamo davanti a una casa che porta ancora le cicatrici dell’inferno. I muri esterni sono pieni di buchi causati dalle armi di Hamas e ora sono imbrattati di vernice spray. Nei giorni successivi, l’esercito ha dovuto inventare un linguaggio in codice per navigare nel caos. “Vedete questo numero? 549,” indica la guida. “Qui non c’erano numeri civici. I soldati hanno dovuto dipingerli per potersi coordinare via radio”. Accanto al numero, un cerchio rosso. Significa: un corpo all’interno. Poi, scritte in blu, le date. 14 ottobre. “Guardate la data,” fa notare. “Una settimana dopo l’attacco. Ci è voluta una settimana intera solo per bonificare le case dagli esplosivi e dai corpi trappola”.

In questa casa viveva una giovane coppia sulla trentina con due gemelli di dieci mesi. I genitori sono stati uccisi subito. I neonati, invece, sono stati lasciati vivi. I terroristi li hanno posizionati strategicamente vicino alla finestra. Sapevano che il pianto dei bambini avrebbe attirato i soccorritori. Li hanno usati come esche umane. I neonati sono rimasti lì, soli, tra i corpi dei genitori, per ore — finché un comandante della Brigata Golani è riuscito a salvarli durante la riconquista del kibbutz. Ma non tutte le case hanno restituito corpi intatti. Molte case sono state date alle fiamme con le persone ancora vive all’interno, o già morte. Le temperature erano così alte che non è rimasto nulla. “Abbiamo dovuto chiamare gli archeologi,” dice la guida. “Non quelli che cercano reperti romani, ma quelli che lavorano nella Città Vecchia di Gerusalemme. Sono venuti qui per setacciare le ceneri con setacci fini, alla ricerca di frammenti ossei, un dente — qualsiasi cosa che potesse identificare una persona e permettere di darle una sepoltura ebraica”.

Nahal Oz: gli occhi accecati

Lasciamo il silenzio del kibbutz e ci spostiamo a breve distanza, verso la base militare di Nahal Oz. Questo luogo era considerato “gli occhi del paese”. Qui stazionavano le Tatzpitaniot — le giovani soldatesse responsabili della videosorveglianza del confine. Oggi la base si erge come un monumento sia al fallimento che all’eroismo. “Il 7 ottobre, nella base c’erano circa 150 soldati in totale, ma solo la metà erano fanti armati. Era un giorno festivo, molti erano in licenza,” spiega la guida militare. “Quando è scattato l’allarme, i pochi combattenti operativi hanno lasciato la base per correre verso la recinzione, questo era l’ordine. Ma è stato un errore fatale. Hanno lasciato la base esposta alle loro spalle”.

Hamas è entrata con 250 uomini, in tre ondate: prima le forze d’élite Nukhba, poi i terroristi armati (la Jihad Islamica), e infine la folla civile di Gaza venuta per saccheggiare. Avevano mappe precise. Sapevano esattamente dove andare. Ogni sala operativa (Hamal) era cerchiata in rosso sulle loro cartine. “Come facevano a sapere tutto?”. La guida indica un murales colorato con due grandi occhi dipinti. “Vedete quel disegno? Le ragazze erano solite scattarsi selfie qui e postarli su TikTok. Innocentemente. Ma dall’altra parte, l’intelligence di Hamas guardava quei video, studiava lo sfondo, calcolava le distanze tra gli edifici e localizzava i dormitori”. TikTok era una delle loro fonti di intelligence.

Alle 6:30, tutte le osservatrici stavano assistendo all’attacco dalle loro postazioni operative. Hanno visto l’apocalisse in diretta: centinaia di terroristi su motociclette e furgoni. Per 25 minuti, le vedette hanno riferito tutto via radio, con le voci rotte dal terrore. Poi il buio. I cecchini di Hamas hanno sparato metodicamente a ogni telecamera e a ogni antenna. Gli schermi sono diventati neri. Le ragazze sono rimaste cieche.
Sentendo i terroristi fare irruzione nella base, la comandante ha ordinato a tutte le vedette disponibili di chiudersi nella stanza interna del centro di comando. In diciannove si sono stipate in uno spazio minuscolo — senza finestre, senza armi adeguate. Fuori dalla porta blindata è rimasto solo Ibrahim, un soldato beduino, un tracciatore. Poteva fuggire, ma ha scelto di restare e agire da scudo per le sue “sorelle”. È morto combattendo lì, unica linea di difesa tra le ragazze e il massacro.

Il fuoco e la finestra

Entriamo nella struttura bruciata. Serve la torcia del telefono, perché all’interno è buio totale. L’odore di fuliggine è ancora impregnato nei muri dopo due anni. “I terroristi non riuscivano ad aprire la porta blindata,” racconta la guida nel buio. “Così hanno lanciato materiali infiammabili e pneumatici che bruciavano attraverso l’ingresso e le aperture di ventilazione. Volevano affumicarle”. Dentro quella stanza, le diciannove ragazze hanno affrontato la scelta peggiore che un essere umano possa mai essere costretto a fare: restare e bruciare vive, o uscire e cadere nelle mani di chi stava stuprando e uccidendo fuori. Si sono abbracciate l’un l’altra. Hanno scelto di restare insieme.

Ma c’era Maya. Maya soffriva d’asma. Quando il fumo ha saturato l’aria, ha capito che per lei la fine sarebbe arrivata prima. In quell’oscurità assoluta, ha notato un raggio di luce provenire da una minuscola finestra del bagno in alto. Ha provato a chiamare le altre. “Venite, c’è una via d’uscita”. Nessuno ha risposto. Forse erano già incoscienti, forse paralizzate dal terrore. Maya si è arrampicata. Con uno sforzo disperato, è riuscita a passare attraverso la stretta apertura. Si è nascosta tra i cespugli per quattro ore, finché le forze speciali non hanno ripreso il controllo della base. Le altre sono morte dentro. Per molte di loro, i genitori hanno ricevuto indietro solo ceneri. Tra queste mura bruciate riecheggiano le storie di chi non c’è più. Come Noa Marciano, che sognava di diventare ufficiale, ma è stata invece rapita e assassinata all’interno dell’ospedale Al-Shifa a Gaza. Da un medico. O quella di Ori Megidish, l’unica vedetta salvata viva dall’esercito. Alcune sono tornate in un accordo per gli ostaggi del gennaio 2025.

Nova: la festa finita nel sangue

L’ultimo luogo di questo pellegrinaggio è la spianata del Nova Festival, vicino a Re’im. Qui ci aspetta Laura, una ragazza brasiliana-israeliana, di cui impressiona la vitalissima, gioiosa energia. “Sono arrivata in Israele cinque anni fa,” racconta. “Quella sera ero qui con il mio fidanzato, Hananya, e i nostri amici. Era la nostra prima volta al Nova. Doveva essere una festa di pace, natura e musica trance, una versione israeliana di un famoso festival brasiliano”. Laura descrive una notte magica. Migliaia di giovani, famiglie, tende colorate. “Era un mondo a parte. C’era un’area per dormire, una per mangiare, tre palchi. La gente era lì solo per amare e ballare”. All’alba, mentre la musica raggiungeva il culmine e il sole sorgeva sul deserto, tutto si è fermato di colpo. Hanno alzato gli occhi al cielo, si vedevano scie di razzi ovunque. “Abbiamo riso, all’inizio,” ricorda Laura con un sorriso amaro. “Solo in Israele una festa finisce coi razzi. Eravamo abituati. Abbiamo pensato: aspettiamo che finisca la raffica e si ricomincia”. Ma la raffica non finiva, e sono arrivati gli spari.

Laura, Hananya e un amico sono corsi verso la strada principale, rifugiandosi in uno di quei blocchi di cemento che si trovano alle fermate degli autobus. Si chiamano Migunit. Sono cubi di cemento armato aperti, senza porta, pensati per proteggere dalle schegge dei razzi, non dagli uomini. “Eravamo in 40 lì dentro. Uno spazio per 12 persone. Eravamo pressati come sardine”. Poi l’orrore. I terroristi sono arrivati davanti all’apertura. Non sono entrati subito. Hanno iniziato a lanciare granate all’interno. Una dopo l’altra. Sette, forse otto granate. “Le persone urlavano, morivano dentro quel forno di cemento. Chi provava a uscire veniva falciato dai mitra”. Laura è rimasta sepolta sotto i corpi per cinque ore. “Hananya, il mio ragazzo, era sopra di me. Mi ha fatto da scudo. A un certo punto ho smesso di sentirlo respirare. Pregavo di morire anche io. Volevo solo che finisse”. Dei 40 ragazzi in quel rifugio, ne sono sopravvissuti 10. Tutti feriti, tutti coperti dal sangue dei loro amici. Quando finalmente un uomo vestito di nero si è affacciato urlando in ebraico “Chi è vivo? Datemi un segno!”, Laura non riusciva a muoversi. Era paralizzata. È stata trascinata fuori da un poliziotto eroe che ha caricato i sopravvissuti nel bagagliaio della sua auto sotto il fuoco nemico.

“Ricordo l’arrivo all’ospedale Soroka di Beersheba,” dice Laura. “Sembrava un film di Hollywood. Medici che correvano, sangue ovunque, genitori che vagavano con le foto dei figli chiedendo ‘L’hai visto? È mio figlio’. Mia madre mi ha trovato solo perché un dottore le ha detto: ‘Questa è tua figlia’. Io ero irriconoscibile, nera di fumo e rossa di sangue. Lei non ci credeva”. Laura oggi è qui, in piedi, a raccontare l’indicibile. Parla della delusione verso il mondo, verso chi chiama Hamas “resistenza”.Il mio ragazzo Hananya era pura luce. Non gli importava dei vestiti firmati o dei soldi. Voleva solo vivere. E il mondo osa giustificare la sua esecuzione in un cubicolo di cemento?”. Si avvicina il tramonto a Re’im. Il campo è disseminato di pali con le foto dei ragazzi uccisi. “Tutto quello che vi chiedo,” conclude Laura, “è di non credere ciecamente a ciò che vedete su TikTok. Venite qui. Guardate con i vostri occhi. Ascoltate le storie di chi non ha più voce. È l’unica cosa che possiamo fare per loro”.