Stabilità, governabilità, rappresentatività. Un trinomio ideale che ha animato la ratio della legge n. 43 del 1995, ribattezzata “Tatarellum” dal ministro dell’Armonia che ne fu padre ispiratore e che fu designato relatore di maggioranza per la propensione al dialogo anche con sfumature politiche e ideali in antitesi al centrodestra di cui faceva parte. Allora, l’iter durò meno di tre settimane.
Nell’evocativa cornice del Senato, presso la Sala Zuccari, con un convegno organizzato dalla Fondazione Tatarella, sono stati ricordati i 30 anni del Tatarellum che disciplina dal 1995 “Nuove norme per l’elezione dei Consigli delle Regioni a statuto ordinario”. Una legge frutto di un compromesso tecnico-politico che avrebbe dovuto restituire al Paese architravi istituzionali solide soprattutto dopo la repentina caduta del governo Berlusconi I, l’inizio della stagione dei governi tecnici e con i primi dialoghi istituzionali in atto su quella che sarebbe stata ribattezzata riforma del titolo V della Costituzione. Una legge approvata in tempi rapidi, 21 giorni, con numerosi elementi innovativi tra cui, su tutti, il capolista eleggibile e la migrazione da un sistema proporzionale a un sistema maggioritario, capace di incentivare dinamiche bipolari a livello partitico, come sottolineato dal vicepresidente della Fondazione Fabrizio Tatarella nell’introduzione.
Moderati dalla firma del Corriere della Sera Francesco Verderami, i relatori hanno raccontato prospettive e retaggi del Tatarellum con uno sguardo al futuro e alle urne del 2027. Il senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, ha ricordato l’importanza di una democrazia dell’alternanza e di una stabilità da ricercare nella conoscibilità dei volti che potrebbero imporsi attraverso il voto agli elettori. Balboni ha sottolineato come la soluzione dei dilemmi istituzionali sia la certezza che “chi vince le elezioni possa e debba governare, cosa che con l’attuale legge elettorale non è affatto scontata”.
Luciano Violante, Presidente emerito della Camera dei deputati, ha ripercorso con lucidità le alternanze primorepubblicane a partire dall’esperienza democristiana, riaffermando come – dal suo punto di vista – bisognerebbe arrivare a una legge che comprenda il ballottaggio, istituisca la sfiducia costruttiva e valorizzi il Parlamento in seduta comune per temi su cui più di una discussione istituzionale possa risultare eccessivamente ripetitiva. Carlo Calenda ha sottolineato come il bipolarismo abbia fallito in una società europea e occidentale che si frammenta e in cui il conflitto è antropologico più che politico. Il leader di Azione ha ricordato come il conflitto politico abbia radicalizzato messaggi che portano alla disaffezione dalla politica stessa con un “voto delle curve” piuttosto che un “voto delle tribune”. Ha chiuso il dibattito il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha sottolineato come l’astensionismo non sia legato al bipolarismo, quanto piuttosto si nutra della mancanza di credibilità.
Citando le due celebri “sponde” della cultura tatarelliana, che vedono nel centro una “zattera” su cui la politica ripara a seconda delle circostanze, La Russa ha ribadito il rifiuto della sinistra della democrazia diretta e ha ricordato come la crescita in politica sia intrinseca in ogni ascolto degli avversari. “Oggi abbiamo fatto passi indietro, l’auspicio è tornare a fare passi avanti”. Un’ambizione per cui stabilità, governabilità e sintesi tra le forze politiche costituiscano l’unica vera e viva ratio delle stesse leggi che definiranno i governi del futuro e il futuro stesso della nazione.
