Allarme radicalizzazione in tutta Europa, i giovani jihadisti crescono anche in Italia

In Europa ci si radicalizza sempre di più. In Italia più che altrove. È quanto emerge dal lavoro dell’Unione Europea svolge con le agenzie e i progetti dedicati: CORDIS, la European Research Executive Agency (REA) e the European Research Council Executive Agency (ERCEA), che offre preziose indicazioni su deve le modalità con cui fenomeni estremistici possono essere messi sotto controllo. A fianco a loro opera l’Eu Knowledge Hub.

La squadra di Roma

Non tutti sanno che è da Roma, da un ufficio discretamente mimetizzato all’ombra di Santa Maria Maggiore, nel multietnico rione Esquilino, che opera una squadra al servizio del EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation. La fotografia che emerge dal quadro europeo degli ultimi anni è netta: la radicalizzazione corre lungo le stesse dorsali della nostra vita quotidiana — smartphone, scuole, luoghi di culto, carceri — e intercetta fasce d’età sempre più giovani. Secondo il report 2020 sulla situazione e l’andamento del terrorismo nell’UE, applicazioni di messaggistica istantanea criptata come WhatsApp e Telegram sono state ampiamente utilizzate per coordinare attacchi e pianificare campagne di reclutamento.

La messaggistica cifrata

In parallelo, alcune organizzazioni estremiste hanno intensificato l’azione in ambienti a forte densità relazionale — scuole, università e moschee — per intercettare, convincere, cooptare. La messaggistica cifrata è diventata la dorsale del comando e della propaganda: garantisce anonimato, accelera la diffusione, frammenta il discorso in micro-canali che sfuggono al radar. Il reclutamento, poi, si fa nei luoghi di socialità: corridoi universitari, chat studentesche, reti tra pari. Il terzo stadio è il carcere, ambiente chiuso e sotto organico dove la rottura dei legami e la ricerca di identità trasformano la vulnerabilità in ideologia. Mancano spesso competenze per cogliere i segnali precoci e per costruire percorsi efficaci di deradicalizzazione.

L’Ue agisce tramite monitoraggi di Cordis, Rea e Eu Knowledge Hub

L’UE ha messo in campo una cassetta degli attrezzi che lavora su più piani. Il Radicalisation Awareness Network sostiene insegnanti, polizie locali e personale penitenziario con pratiche condivise. L’Internet Referral Unit di Europol pattuglia il web: dal 2015 ha segnalato oltre 130 mila contenuti terroristici, 25 mila nel solo 2019. Nel dicembre 2020 è arrivata la strategia per l’Unione della sicurezza 2020-2025 e un nuovo programma antiterrorismo che punta su prevenzione, opportunità per i giovani a rischio e riabilitazione dei detenuti radicalizzati. A fine 2020 l’accordo politico con il Consiglio ha imposto la rimozione dei contenuti terroristici online entro un’ora dall’ordine dell’autorità competente; il Parlamento ha chiuso il cerchio nell’aprile 2021. I numeri delle operazioni Europol raccontano le dimensioni del fenomeno.

Nel 2024 gli arresti per terrorismo nell’UE sono stati 449 in venti Stati membri, in crescita rispetto ai 426 del 2023 e ai 380 del 2022. La gran parte dei fermi è in Spagna, Francia, Italia e Germania. Il profilo resta sbilanciato per genere — 405 uomini e 43 donne — ma il dato che allarma è l’età: quasi un terzo dei sospetti ha tra i 12 e i 20 anni. Il più giovane, dodici anni, collocato nell’area dell’estrema destra; la maggioranza dei minorenni e neomaggiorenni, però, gravita intorno al jihadismo. Nel rapporto Europol si legge: «Il più delle volte hanno subito un processo di auto-radicalizzazione online e hanno agito in modo dissociato da qualsiasi organizzazione centralizzata, spesso da soli o all’interno di piccole cellule di coetanei».