Arresto Maduro, ci mancava solo una Mani Pulite in salsa caraibica

Protesters hold posters during a rally denouncing the U.S. government and President Donald Trump after the U.S. captured Venezuelan President Nicolás Maduro, near the U.S. Embassy in Seoul, South Korea, Monday, Jan. 5, 2026. (AP Photo/Lee Jin-man) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

L’incursione statunitense in Venezuela e l’“estrazione” del dittatore terrorista Nicolás Maduro pongono serissime questioni di compatibilità geopolitica. È perfino banale osservarlo. Ed è altrettanto banale osservare che i possibili ricaschi dell’iniziativa non sono limitati al futuro di quel Paese, né soltanto a quel quadrante americano. Ma il coro delle dichiarazioni globali – con significative eccezioni – ha immediatamente preso a vociare sulla presunta illegalità dell’intervento degli Stati Uniti, dando per scontato che esso si ponesse indiscutibilmente in violazione del “diritto internazionale”.

Diciamo, al contrario, che l’assunto è quantomeno discutibile proprio a cominciare dal principale motivo di violazione cui molti hanno creduto di fare inoppugnabile riferimento. La regola invocata è quella di rango onusiano secondo cui gli Stati non possono ricorrere alla forza per attentare all’integrità territoriale o all’indipendenza politica altrui. Ma – ed è questo il punto – occorre invocare questa regola senza dimenticare i casi in cui essa certamente non opera, o i casi in cui è dubbio che operi. Non soltanto Maduro presiedeva un sistema usurpato, non riconosciuto in modo unanime, ma gli stessi Stati Uniti – presidente Joe Biden – avevano chiaramente indicato di ritenere legittimo e riconoscibile l’avversario del dittatore, cioè il presidente eletto Edmundo González. Questi non ha reagito in opposizione all’intervento statunitense, anzi. E la circostanza è rilevante, considerando che l’uso della forza, con l’interferenza politico-territoriale che esso può determinare nei confronti di un altro Stato, cessa o può cessare di essere illegittimo se la parte vittima dell’interferenza vi acconsente.

Se è vero che l’intervento dell’altro giorno non può essere giustificato perché il Venezuela non minacciava militarmente gli Stati Uniti, non è meno vero che i criteri per giudicarne la legittimità non si riducono a quello. Se è vero che l’uso della forza non è stato autorizzato dall’Onu, non è meno vero che questa mancanza è del tutto insufficiente a concludere nel senso che invece si dà per scontato, e cioè, appunto, che quell’intervento sarebbe per ciò solo illegittimo.

Le cose sono dunque un po’ più complesse rispetto a come frettolosamente hanno preteso di incasellarle certi cultori del “diritto internazionale”. Il quale, se richiamato acriticamente e con faciloneria, rischia non soltanto di conferire legittimità ad assetti (la sovranità venezuelana coincidente con il potere criminale di Maduro) che non possono vantarla: più gravemente, rischia di far trascurare posizioni e istanze sicuramente legittime, neutralizzate proprio dall’uso della forza del potere dittatoriale e criminale che riceve protezione in nome di una malintesa legalità internazionale.

Beninteso, l’intervento statunitense può essere criticato facendo appello a considerazioni sull’inopportunità dell’iniziativa, sulle ragioni di insicurezza e instabilità che, in ipotesi, potrebbe determinare, nonché ragionando sul pericolo di iniziative altrui che potrebbero trarre spunto di giustificazione da quel precedente. Tutto ciò che si vuole. Ma non è casuale che – in quel modo corale – ci si sia invece concentrati su profili di presunta illegalità, tutti da verificare, dell’intervento statunitense in Venezuela. Non è casuale che la legittima discussione politica abbia ceduto alle tentazioni di una improbabile Mani Pulite caraibica.