Verso il voto
Arriva il referendum e la Lega va in letargo. Ora il governo rischia di indebolirsi
Nel centrodestra, i panni sporchi non si lavano più in casa. Forza Italia critica apertamente gli alleati della Lega che, invece di mobilitarsi a favore del Sì, restano con le braccia conserte. Il j’accuse del partito fondato da Silvio Berlusconi non è del tutto infondato: Matteo Salvini non sembra impegnare fino in fondo il suo partito nella battaglia referendaria, assumendo un atteggiamento come se il voto non lo riguardasse direttamente. Colpisce l’assenza di una strategia comune nella coalizione. Pur avendo scelto, almeno formalmente, di dividersi i dossier per rafforzare l’azione complessiva del governo, questa impostazione non sta producendo l’effetto sperato: contrastare efficacemente il fronte del No. Quest’ultimo si muove con determinazione, sostenuto dall’Associazione nazionale magistrati e da una rete di soggetti che va dal mondo cattolico delle parrocchie a realtà associative come ACLI, ANPI, ARCI e Legambiente.
L’immobilismo della Lega preoccupa Forza Italia, che teme un segnale politico ambiguo. È vero che la tenuta del governo non è formalmente in discussione; tuttavia, un eventuale insuccesso referendario offrirebbe all’opposizione l’argomento per descrivere l’esecutivo come un’anatra zoppa. È difficile sostenere che il referendum non sia un fatto politico: la riforma della magistratura porta l’impronta del centrodestra e rientra nel programma di legislatura. L’Autonomia differenziata era la bandiera della Lega; la riforma della magistratura è stata rivendicata da Forza Italia nel solco berlusconiano; il premierato rappresenta la riforma identitaria di Giorgia Meloni. Eppure, l’Autonomia si è arenata, il premierato non ha ancora visto la luce e solo la riforma della magistratura è arrivata al voto referendario, diventando l’unico terreno concreto di verifica politica.
A sostenere con maggiore convinzione il Sì sono oggi riformisti di area liberaldemocratica, esponenti della sinistra garantista, ordini forensi e magistrati favorevoli alla separazione delle carriere, convinti che essa rafforzi il modello accusatorio introdotto con il nuovo codice di procedura penale. Il nodo è noto: l’unità ordinamentale tra Giudice e Pubblico ministero, retaggio del sistema disegnato in epoca fascista dal Guardasigilli Alfredo Rocco e consolidato dall’ordinamento Grandi del 1941. La Repubblica ha costituzionalizzato l’indipendenza della magistratura, ma non ha mai sciolto fino in fondo quella matrice culturale. La riforma propone di superarla, distinguendo nettamente le funzioni requirenti da quelle giudicanti in coerenza con il processo accusatorio.
In questo quadro, l’atteggiamento defilato della Lega appare politicamente miope. L’assenza dalla campagna referendaria non è neutralità: è un vuoto che pesa sugli equilibri della maggioranza e indebolisce la percezione di compattezza dell’esecutivo. Se la riforma dovesse inciampare, la responsabilità non ricadrebbe solo sui promotori più esposti, ma anche su chi ha scelto di non combattere fino in fondo una battaglia iscritta nel programma comune. La domanda, allora, è semplice: può una coalizione permettersi di affrontare una riforma strutturale dello Stato senza una mobilitazione corale? La défaillance della Lega rischia di trasformarsi in un boomerang politico, perché nelle prove di sistema l’assenza equivale a una presa di distanza. E, in politica, le distanze si pagano.
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