L'intervista
Atreju è un successo, Brunetti: “Un laboratorio pop e culturale che dialoga con la contemporaneità”
Da laboratorio per giovani militanti a piattaforma di respiro internazionale: Atreju conferma il suo ruolo centrale nel panorama politico italiano. Ne parliamo con Tiberio Brunetti, fondatore di Spin Factor, che analizza l’evoluzione dell’evento, il peso della leadership di Giorgia Meloni e le difficoltà della sinistra a dialogare con la contemporaneità.
Da anni l’Italia è inquinata da un clima di anti-politica. Eppure Atreju, l’unica grande festa di partito rimasta, è sempre un successo. La sorprende?
«Non era scontato. Quello che è successo con Atreju è uno dei capolavori di Fratelli d’Italia: riuscire a trasformare un momento celebrativo dei giovani di AN in riferimento e, soprattutto, confronto aperto periodico mainstream nel nostro Paese».
L’evoluzione è stata netta: da kermesse di Fratelli d’Italia a palcoscenico politico internazionale. Opportunismo o maturazione?
«Entrambi. Gli ideatori e gli organizzatori hanno colto strategicamente il momento politico favorevole, facendo di Atreju non più un luogo autoreferenziale – come invece sembrano essere rimasti molti altri appuntamenti di partito – ma un laboratorio pop e partecipato».
Si sta consolidando anche come piattaforma culturale…
«Possiamo dire che la kermesse è oggi una piattaforma, ancorata solidamente ai valori di riferimento di Fratelli d’Italia, che dialoga, senza complessi e senza preconcetti, con mondi diversi. E questo ne aumenta credibilità e centralità».

Quanto pesa Meloni nella crescita dell’evento?
«Parliamoci chiaro: senza il traino della leadership, della popolarità e della visione di Giorgia Meloni, non ci sarebbe stata l’esplosione mediatica di Atreju. Ciò premesso, bisogna dare atto alla classe dirigente di Fratelli d’Italia di aver vinto la sfida dell’apertura e del dialogo, anche quando scomodo».
Atreju sposta voti o resta una vetrina mediatica?
«Diciamo che si inserisce perfettamente nel flow narrativo dell’ottima comunicazione e organizzazione di Fratelli d’Italia. Ne consolida immaginario e reputazione: è un investimento sulla percezione. Chi lo frequenta respira partecipazione e pluralismo, e questo rafforza l’identità politica di chi lo promuove. Tra l’altro, il modo in cui l’opposizione dibatte di Atreju, cerca di inserirsi nei frame comunicativi legati all’evento e addirittura i suoi leader si dividono sull’opportunità o meno di partecipazione, rende l’idea di quanto sia cambiato il paradigma partitico. Sembra che alla dogana ci sia la sinistra e che a sdoganare sia la destra».
Mentre a Castel Sant’Angelo si dialoga tra maggioranza e opposizioni, la sinistra chiede di censurare Passaggio al Bosco a Più libri più liberi. È un paradosso?
«La sinistra ha difficoltà a dialogare con la contemporaneità. A livello macro, nell’Occidente, quello che in Italia chiamiamo centrosinistra non riesce a tenere il passo di un centrodestra più diretto, più veloce e più comprensibile. Anche sull’identificazione dei temi e delle problematiche, che interessano alle persone, i riformisti e progressisti fanno più difficoltà: restano ancorati a battaglie e simboli del secolo scorso. I moderati, i repubblicani in genere, invece hanno un contatto vincente con quello che davvero conta oggi. Poi questo non vuol dire che abbiano le soluzioni migliori, ma di sicuro sono in maggiore sintonia con l’elettorato».
C’è anche un problema più profondo: la sinistra radicale si innamora rapidamente dei fenomeni di turno…
«È così. Ogni settimana inventano un’icona nuova perché capiscono che le loro leadership attuali non spostano consensi. Passano dall’elevare Albanese a nuova madrina della sinistra a Zerocalcare a paladino dei diritti, salvo poi fare marcia indietro su entrambi quando si scopre che la prima rilascia dichiarazioni onniscienti a dir poco discutibili, e il secondo da un lato invoca la censura sull’impostazione di Più libri più liberi e, nello stesso contesto, resta a vendere libri. È una linea che confonde testimonianza e strategia».
Ci sono eccezioni?
«Certo, penso a Silvia Salis: finora ha mostrato coraggio politico e capacità di rappresentare una società reale che il centrosinistra finora non è riuscita a interpretare bene. Guardare a lei come leader di quell’area comporta un profondo ripensamento dell’attuale assetto, servirebbe quasi una rivoluzione come quella che portò Matteo Renzi al Nazareno e poi a Palazzo Chigi».
Quali sono gli elementi della comunicazione e dell’organizzazione di Atreju che il Pd non riesce a replicare?
«Il Pd è vittima di un’involuzione molto forte. Non c’è una proposta innovativa, un guizzo comunicativo, è tutto molto in retroguardia. Atreju è oramai un contenitore narrativo annuale. La comunicazione funziona quando unisce l’organizzazione alla creatività. E soprattutto quando non c’è il bias della paura di sbagliare come fondamento».
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