Atreju, sprint sul referendum della giustizia: si va verso il voto a marzo

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio in occasione dell’evento kermesse di Fratelli d’Italia FDI Atreju 2025. Roma, Giovedì 11 Dicembre 2025 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Minister of Justice Carlo Nordio on the occasion of the Fratelli d'Italia FDI Atreju 2025 event. Rome, Thursday December 11 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

La sesta giornata di Atreju è stata segnata da un acceso dibattito sulla riforma della giustizia e, in particolare, sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, questione che continua a incendiare palcoscenici politici e opinione pubblica. Alla tradizionale kermesse politica di Fratelli d’Italia si sono confrontati esponenti del governo e rappresentanti della magistratura, offrendo visioni divergenti sul futuro dell’ordinamento giudiziario italiano.

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha ribadito più volte la natura tecnica della riforma, sottolineando che l’elevazione del pubblico ministero a pari rango del giudice nell’articolo 104 non ha alcun intento punitivo o polemico, ma è soltanto una conseguenza necessaria per garantire parità formale e sostanziale tra le due figure. “La giustizia prima di essere efficace ed efficiente deve essere giusta”, ha affermato Nordio, criticando il sistema attuale del Consiglio superiore della magistratura, dove i pubblici ministeri votano i giudici. “Se lo spiego a un americano, a un inglese o a un neozelandese non capisce il concetto”, ha aggiunto, rimarcando come la separazione delle carriere sia una pratica consolidata nei sistemi giudiziari internazionali.

Il ministro non ha esitato a replicare anche alle critiche politiche e mediatiche, definendo alcune polemiche “miseria argomentativa” e difendendo la riforma dalle accuse strumentali. Sul fronte operativo, ha precisato che il referendum sulla giustizia dovrebbe svolgersi a marzo, anche se, al quesito del giorno esatto, ha risposto con un secco “non dipende da noi”. Una conferma simile è arrivata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che ha assicurato che la data del referendum sarà fissata entro l’anno.

Di fronte a queste posizioni governative, i rappresentanti della magistratura e della politica hanno espresso preoccupazioni. Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica, ha sottolineato che la riforma va oltre la separazione delle carriere e potrebbe limitare l’indipendenza della magistratura. L’obiettivo dei promotori della riforma – a suo giudizio – sarebbe ridurre quella che viene percepita come “invadenza della magistratura” nei confronti della politica, un intervento che rischia di incidere sullo Stato di diritto e sui diritti dei cittadini.

Anche la politica si è inserita nel dibattito. Debora Serracchiani, deputata del Partito democratico, ha criticato il disegno di riforma, sottolineando che “le carriere sono già separate” e che il vero obiettivo sarebbe colpire il Consiglio superiore della magistratura, introducendo il sorteggio dei magistrati e definito da Serracchiani come “un no alla democrazia”.

Il dibattito ad Atreju ha messo in luce un’Italia giudiziaria spaccata: da un lato il governo, che difende la riforma come necessaria per efficienza e imparzialità; dall’altro magistrati e politici critici, convinti che si tratti di un attacco all’indipendenza del potere giudiziario e, in ultima analisi, alla democrazia stessa. Tra accuse di “miseria argomentativa”, polemiche sul sorteggio dei magistrati e annunci sul referendum, resta chiaro che la riforma della giustizia non è solo una questione tecnica: è un terreno di scontro politico destinato a tenere il Paese con il fiato sospeso. I sondaggi più recenti mostrano, infatti, un’opinione pubblica divisa ma comunque favorevole: secondo la Supermedia YouTrend/Agi, il 56,7% degli italiani sostiene la riforma, mentre il 43,3% vi si oppone. L’esito del dibattito politico e del prossimo referendum, comunque, non va dato per scontato.