Piuttosto che fare la faccia feroce su un possibile utilizzo in Italia di agenti dell’ICE a protezione di atleti o personalità statunitensi in visita alle prossime Olimpiadi invernali, forse sarebbe il caso di verificare se i comportamenti di chi è già in Italia da tempo sia conforme agli accordi, o se addirittura gli accordi non siano bisognevoli di una rivisitazione. Senza clamore, senza che il tutto appaia una rappresaglia, ma piuttosto la giusta richiesta di osservanza o di aggiornamento di norme ormai datate.

Corrisponde al vero purtroppo che le regole per l’utilizzo delle basi statunitensi in Italia siano state sempre interpretate con una certa disinvoltura; ancora oggi la percezione fuorviante degli Usa è che Aviano e Sigonella siano territorio statunitense e non una concessione a termine, regolata da norme sul cui rispetto troppe volte si è sorvolato. Hanno fatto clamore alcuni casi, come quello dei dirottatori dell’Achille Lauro fermati a Sigonella nel 1985 o il rapimento e l’estradizione del presunto terrorista Abu Omar con transito ad Aviano nel 2003. Meno noti altri casi, quali quello dell’equipaggio del velivolo che tranciò i cavi della funivia a Cavalese nel 1998 causando la morte di 20 persone. Quel velivolo andò in volo contravvenendo a sei norme contemporaneamente, una delle quali riguardava la sovranità italiana su Aviano, la base di decollo.

Di fatto la quotidianità, soprattutto in periodi di tensione o crisi internazionali, è costantemente foriera di possibili inconvenienti, e sebbene le norme prevedano che sempre il comandante italiano delle infrastrutture abbia piena visibilità sulle attività statunitensi e sul loro scopo, i dubbi che questo accada sono più che fondati. Altri Paesi con forte presenza Usa sul proprio territorio hanno analoghi crucci e sarebbe interessante aprire un confronto sul tema specifico, non fosse altro che per scambiare le esperienze e magari mettere a punto un atteggiamento comune. Per certo i giapponesi dell’arcipelago di Okinawa non tollerano più la presenza chiassosa, ingombrante e spesso irriguardosa dei troppi militari statunitensi, e a poco servono le lamentele con il governo di Tokyo affinché intervenga con gli Usa per una riconsiderazione delle norme.

Tutto questo non deve essere né apparire una ripicca, ma una giusta riconsiderazione della presenza statunitense in Italia e in Europa alla luce degli equilibri ormai sconvolti, dell’identità sempre più alterata della Nato e della nuova strategia statunitense. Trump o non Trump, nessuno ha ormai dubbi su un progressivo disimpegno degli Usa che prima o poi comporterà la rimodulazione degli insediamenti in Europa, tanto vale prevenire, dopo un confronto comune, le decisioni unilaterali del Pentagono che un giorno o l’altro arriveranno. In fin dei conti, gli accordi quadro che regolano la presenza Usa in Italia sono dei primi anni 50, quelli tecnico-operativi risalgono agli anni 90; dopo tale periodo si è aggiornato solo il dettaglio.

Nel frattempo il mondo è cambiato, e tra i cambiamenti svetta quello – ancora auspicato ma ineludibile – di metter mano a una Difesa comune europea, interagendo evidentemente con Nato e Usa. Non fosse altro che per questo, pare giunto il momento di una verifica, prima di tutto tra i Paesi europei, per la messa a punto di una possibile linea comune, e poi con gli Stati Uniti per vedere se almeno una volta potessimo non giocare di rimessa continuando a subire le giravolte di chi oggi governa a Washington. O le nuove, certe strategie del presidente “normale” che seguirà.

Leonardo Tricarico

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