Torna all’attenzione internazionale la sorte del Myanmar, già detto Birmania; il nome storico: Burma, preferito anche dalla leader Aung San Suu Kyi, strenua protagonista della resistenza verso la dittatura militare. Le recenti elezioni hanno prodotto un esito scontato in partenza a favore del regime paramilitare in carica, sostenuto mediante il partito dell’Unione, Solidarietà e dello Sviluppo, diretta espressione del governo a regime militare.
La primavera politica sognata e realizzata con coraggio e abnegazione straordinari da Aung San Suu Kyi nel 2016, e che aveva anche valorizzato il dialogo con l’Europa, è stata nuovamente spazzata via da un ennesimo golpe militare nel 2021 che – con il pretesto di allontanare le influenze straniere – rinchiude in una situazione di oppressione e di isolamento il Myanmar. Le elezioni sono considerate una farsa dagli osservatori internazionali e da quel che rimane dell’opposizione democratica nel Paese, cui si sommano i sei partiti di opposizione di facciata presenti alle elezioni. Il voto è stato indetto lo scorso anno dalla giunta militare, con una prima tornata svoltasi il 28 dicembre 2025 e due l’11 e il 25 gennaio, il cui esito è ora noto. Di fatto, esistono solo finti partiti di opposizione, metodo comune nel mondo alle dittature e in Asia nei Paesi totalitari a guida militare o politica.
L’esito elettorale è di tipo sovietico, con l’85% dei voti nella Camera bassa e oltre il 70% nella Camera alta. Ma il dato essenziale è l’impossibilità di un ricambio di governo o di maggioranza e l’inesistenza di vere opposizioni. Secondo AFP, il partito filomilitare ha ottenuto 193 su 209 seggi alla Camera bassa e 52 su 89 alla Camera Alta. Perfino il seggio di Kahwmu a Yangon, l’ex seggio elettorale di Aung, è stato attribuito a un candidato del partito filomilitarista. L’Onu stesso disconosce l’autoritarismo del Paese e metodi e modi lontani anche dalla minima parvenza di democrazia.
Come è noto, la leader democratica Aung San Suu Kyi, Premio Nobel dal 1991, vinse a suo tempo nel 2012 e nel 2015 le vere prime elezioni libere nel Paese dal 1962, dall’indipendenza, dopo lunghi anni di regimi militari. Per ironia della sorte, dall’1 febbraio del 2021 e, pur avendo oggi 80 anni, è stata di nuovo arrestata e non è riuscita a ostacolare la costante e violenta azione dei militari che anche durante il suo periodo al potere hanno fatto strage dell’etnia Rohingya e costantemente manipolato l’assetto del Paese. Eppure il Myanmar non soltanto può vantare una storia e una civiltà millenarie e antichissime, ma può anche dirsi esempio di esperimento democratico asiatico tra il 2015 e il 2021. L’auspicio, a questo punto, è che prevalga nonostante tutto il Myanmar di Aung, quello democratico, e che Aung sia il simbolo di una nuova e vera democrazia, senza giunte golpiste, senza persecuzioni etniche fra le componenti della popolazione del Paese, senza influenze esterne.
Un attacco militare nei giorni scorsi ha causato 24 vittime civili durante una festa buddista nella regione di Sagaing. Oltre agli aiuti umanitari internazionali, è attiva nel Paese una forte lotta di resistenza civile e a carattere partigiano, ma il regime è anche rafforzato dalla sua convergenza di interessi con potenze esterne regionali. La Birmania, tuttavia, non può rassegnarsi a diventare un Paese satellite della Cina o un Paese minore del sud-est asiatico: il suo futuro rappresenta anche una sfida per rilanciare i princìpi democratici nell’Asia del sud. Per la Cina, il Myanmar rappresenta un asset essenziale geopolitico economico, consentendo una scorciatoia commerciale verso l’Oceano Indiano e riducendo la dipendenza dallo stretto di Malacca.
In merito, va anche ricordato che la stessa Cina sta approntando un canale artificiale in Thailandia, volto a ridurre i tempi dei commerci marittimi: il Canale di Kra o Canale Thai. Se la Cina e la Russia hanno interessi di potere geopolitico e sostengono sia finanziariamente che militarmente la giunta militare birmana, la Cina contempera i suoi interessi con rapporti anche con le forze ribelli autonomiste all’interno del Myanmar. Di fatto, gioca su due tavoli per garantirsi in ogni caso che il Myanmar sia quasi uno Stato satellite come lo sono altri Stati sud-est asiatici.
