Ai primi di marzo, il semplice gesto di una donna inerme, in ginocchio con le mani giunte in segno di preghiera, ha fatto il giro del mondo. La foto di suor Ann Nu Thawng genuflessa davanti alla polizia del Myanmar in tenuta antisommossa ha richiamato alla mente quella scattata trent’anni fa in piazza Tiananmen a un uomo inerme in piedi davanti ai carri armati dell’esercito cinese. Due persone inermi ma non inerti, due simboli della nonviolenza, esempi del metodo gentile e della forza intelligente con cui si può, anzi, si deve condurre una lotta politica. Soprattutto quando si è di fronte a un potere militare fondato sulla violenza, soggetti alle forze di un ordine costituito sul terrore.

La nonviolenza, prima che un metodo di lotta politica, è innanzitutto questo: preghiera e invocazione dei senza potere rivolte al potere, dialogo e amore nei confronti del proprio “nemico”. Quando il “potere nemico” si presenta a te con la faccia feroce e il pugno di ferro, è proprio quello il momento di sfoderare sul viso un sorriso e nel pugno una rosa. A metà marzo, nell’escalation di violenza per le strade di Yangon, l’esercito ha deciso di introdurre la legge marziale e con questa anche la pena di morte come possibile punizione per tradimento, dissenso e altri reati contro il governo. Inoltre, il Consiglio di Amministrazione dello Stato, istituito dalle forze armate in seguito alla presa del potere il 1° febbraio scorso, ha dichiarato che avrebbe assunto anche l’amministrazione dei tribunali di Yangon. Al fine di reprimere le proteste contro il colpo di stato, la giunta militare ha dunque detto che imporrà pene severe, comprese lunghe pene detentive e anche la morte, per reati tra cui tradimento e dissenso, ostacolo al servizio militare o civile, diffusione di notizie false e della paura.

La legge di guerra è stata prima dichiarata in due municipalità di Yangon, Hlaingthaya e Shwepyithar, il 14 marzo, dopo che i militari avevano aperto il fuoco sui manifestanti uccidendo almeno 38 persone. Il giorno dopo sono seguiti ordini analoghi per altre quattro municipalità di Yangon. Nel frattempo, suor Ann Nu è tornata a Myitkyina dove ha sede il suo istituto. Non sappiamo dire se la sua preghiera in ginocchio davanti alla polizia in assetto di guerra sarà considerata un’azione di “dissenso” o di “ostacolo” al servizio militare o civile. Sta di fatto che sono ben 23 le categorie di reati che, secondo il recente decreto, comportano un processo davanti alla corte marziale, senza possibilità di appello per sentenze o riconoscimenti di colpevolezza. In base al decreto militare, una domanda per annullare una condanna a morte potrà essere presentata solo al generale Min Aung Hlaing, presidente del Consiglio di Amministrazione dello Stato, entro 15 giorni dalla condanna.

La mossa dei militari ha attirato critiche da Stati Uniti, Europa e altri paesi. Ovviamente, tutti hanno chiesto di porre fine alle repressioni sui manifestanti da parte delle forze di sicurezza che avevano già causato decine di vittime. Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “sgomento per l’escalation di violenza a Myanmar per mano dei militari” e ha rilanciato gli appelli del Consiglio di Sicurezza «per la moderazione, il dialogo e un ritorno al percorso democratico del Myanmar». Sul suo profilo Facebook, anche il nostro Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha chiesto come tutti la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella ex Birmania. Ha aggiunto però una considerazione meno scontata che mi è piaciuta. «Il gesto di pace di Suor Ann Nu Thawng porta con sé la forza di un popolo che deve essere rispettato. L’energia della non violenza che non si piega alla brutalità dei violenti».

La supplica nonviolenta di suor Ann Nu ha fermato la violenza almeno per un giorno a Myanmar. Quel giorno la polizia ha smesso di sparare sui civili che manifestavano contro il colpo di stato dei militari e per la loro libertà e i diritti umani. Quella ottenuta dalla piccola suora dell’ordine di San Francesco Saverio è stata solo una piccola tregua, una breve moratoria nella brutale, perdurante repressione militare. Ma noi sappiamo che la via della tregua è quella che in una guerra poi porta alla pace, che la via della moratoria è quella che sulla pena di morte porta alla sua abolizione.