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Attenti a ciò che chiedete, potreste ottenerlo

Attenti a ciò che chiedete, potreste ottenerlo

C’è una regola non scritta che chi fa lobbying impara abbastanza presto: ottenere una norma favorevole non significa necessariamente ottenere un risultato favorevole.

La vicenda che sta accompagnando il rinnovo degli organi di Monte dei Paschi di Siena offre un esempio interessante. Non tanto per il destino di Luigi Lovaglio, uscito dalla lista del consiglio uscente e poi rientrato in gioco attraverso una lista alternativa, quanto per il ruolo che in questa storia sta giocando la Legge Capitali.

Quando la riforma era in discussione, il dibattito si concentrò soprattutto sulle nuove regole per la presentazione delle liste del consiglio di amministrazione delle società quotate. Le modifiche furono subito considerate rilevanti negli equilibri tra management, azionisti e investitori. Non a caso PD, Movimento 5 Stelle e Italia Viva chiesero l’abrogazione dell’articolo 12. E non a caso il Financial Times scrisse che il “beneficiario più evidente” della riforma sembrava essere Francesco Gaetano Caltagirone, impegnato da anni, insieme ad altri importanti azionisti, nelle partite che riguardavano Generali e Mediobanca.

Che quella lettura fosse corretta o meno conta relativamente oggi, perché la questione interessante per chi fa lobbying come me è un’altra.

Le norme non restano mai prigioniere delle intenzioni di chi le ha sostenute. Una volta approvate, entrano nell’ordinamento e iniziano a produrre effetti che spesso vanno ben oltre il contesto nel quale sono nate. È esattamente ciò che sembra emergere oggi nel caso MPS.

Le regole introdotte dalla Legge Capitali erano state presentate come uno strumento per rafforzare il ruolo degli azionisti e rendere più contendibili le società quotate. Eppure la loro prima applicazione significativa sta mostrando anche un’altra faccia della medaglia: una maggiore incertezza sulla composizione degli organi di vertice e sulla stabilità della governance.

Non è detto che il legislatore avesse immaginato questo scenario. Non è detto neppure che lo avessero immaginato coloro che quella modifica la consideravano opportuna.

Ed è qui che il caso diventa interessante per chi si occupa di rappresentanza degli interessi.

Quando si discute una norma, è naturale concentrarsi sul problema che si vuole risolvere. Molto più difficile è immaginare come quella stessa norma verrà utilizzata in contesti diversi, da soggetti diversi e per finalità diverse. Le regole non scelgono i loro beneficiari una volta per tutte. Cambiano gli assetti proprietari, cambiano gli equilibri di mercato, cambiano le strategie degli operatori e la stessa disposizione che ieri appariva vantaggiosa può domani produrre effetti indesiderati.

Per questo il lavoro del lobbista non dovrebbe limitarsi a chiedere una modifica normativa. Dovrebbe interrogarsi anche sulle sue conseguenze. La rappresentanza degli interessi è utile quando aiuta il decisore pubblico a comprendere gli effetti di una scelta. Diventa meno utile quando si concentra esclusivamente sul vantaggio immediato di chi la propone. La Legge Capitali continuerà probabilmente a essere discussa e forse verrà anche modificata. Ma la lezione che offre va oltre il caso MPS. La tentazione, comprensibile, di quando si rappresenta un interesse, è concentrarsi sul problema immediato. Ma le leggi hanno questa caratteristica: una volta approvate smettono di appartenere a chi le ha volute.

Attento a ciò che chiedi, o potremmo quasi dire “Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo”: una frase, spesso attribuita a Goethe anche se probabilmente non l’ha mai scritta, La vicenda della Legge Capitali sembra ricordarcelo piuttosto bene.

 

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