“Faremo di Gaza un esempio di successo e sicurezza”. Tra un colpo di martello dorato e le note di Ymca dei Village People, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha chiuso così la prima sessione del suo Board of Peace. E dalla riunione a Washington con i leader dei Paesi che hanno aderito dell’organismo trumpiano e i rappresentanti degli Stati osservatori (tra cui il ministro Antonio Tajani per l’Italia), l’immagine che ne è uscita è che The Donald voglia davvero proseguire nel suo piano di pace. Anche contro lo scetticismo di buona parte della comunità internazionale.
La ricostruzione della Striscia di Gaza ha ancora diverse e fondamentali incognite. Prima di tutto, il disarmo di Hamas e il ruolo che avrà la milizia palestinese nel futuro. Il capo della Casa Bianca ha detto di pensare che Hamas “consegnerà le armi. Se non la faranno, riceveranno una punizione durissima”. Ma fino a questo momento, non esiste ancora una vera e propria strada che dice come avverrà questa cessione degli arsenali. E mentre l’Idf ha lanciato l’allarme sul consolidamento del gruppo islamista in tutta la Striscia, Israele ha già chiarito che non si ritirerà dalla zona di sicurezza e non potrà esservi una ricostruzione che escluda la fine completa dell’organizzazione.
Questo rimane il punto interrogativo più grande, così come quello che riguarda il futuro della popolazione palestinese e l’effettivo iniziato delle attività della Forza di stabilizzazione, di cui non si conoscono nello specifico il mandato, la composizione e le regole di ingaggio. Ma intanto, da ieri, qualcosa si muove. Secondo il Guardian, l’amministrazione Trump sta progettando una base a Gaza che si estenderebbe per circa 1,5 chilometri quadrati e in grado di ospitare 5mila militari, e che dovrebbe essere la base operativa del contingente multinazionale.
Durante la riunione del Board, il comandante dell’Isf, il generale maggiore Jasper Jeffers, ha chiarito che la forza sarà composta da 20mila soldati e 12mila agenti di polizia e che cinque Paesi hanno già preso l’impegno di mandare le proprie truppe: Marocco, Kazakhstan, Kosovo, Albania e Indonesia. E quest’ultima, Paese musulmano più popoloso al mondo, avrà la posizione di vicecomandante. Primi passi sono stati realizzati anche per quanto riguarda il finanziamento del Board, con Trump che ha annunciato 7 miliardi di dollari in arrivo da diversi Stati, in particolare dalle monarchie del Golfo, e un impegno americano di 10 miliardi. E nella raccolta fondi parteciperà anche la Fifa.
Nella riunione di Washington, è stato annunciato poi il piano per la ricostruzione della Striscia, che partirà da Rafah. Secondo Marc Rowan, membro del consiglio esecutivo del Board e Ceo di Apollo Global Management, “nella prima fase saranno costruite 100mila abitazioni per 500mila residenti”, con 400mila case da costruire in altre zone. Trump punta alla ricostruzione di Rafah entro tre anni. Ma nella scenografia della presentazione, fatta di foto di gruppo, video promozionali, elogi continui a Trump e canzoni, quello che interessa al mondo è soprattutto il senso geopolitico di questa iniziativa.
Ieri il tycoon è stato chiaro: il Board avrà il compito di “sorvegliare” le Nazioni Unite garantendo che “funzionino correttamente”. Washington è pronta a “sostenere” l’Onu anche sotto il profilo finanziario, ha assicurato Trump. Ma per i critici, tra cui molti governi europei, quello di Trump è un organismo che nasce proprio con lo scopo di diventare una realtà parallela al Palazzo di Vetro.
