HAMMAMET – Bettino Craxi non c’è più, eppure è ancora tra noi. È il suo pensiero ad essere vivo nell’agone del Parlamento, nei dibattiti televisivi. A risuonare nella scrittura delle leggi come nella dialettica pubblica. Anche Hammamet, in gennaio, ha un suono particolare. È un luogo dove la luce del Mediterraneo sembra farsi più lenta, più profonda. Ogni anno, in questi stessi giorni, chi arriva dall’Italia riconosce nei vicoli della Medina e nel vento del mare la stessa atmosfera che ha accompagnato gli ultimi anni di Bettino Craxi. È qui, dove il padre mosse i suoi ultimi passi, che intervistiamo il figlio Vittorio. Al secolo, Bobo Craxi.
Bettino Craxi è morto da ventisei anni. Il suo grande Psi non esiste più. Eppure molte delle sue battaglie tornano oggi al centro della discussione politica. Perché accade?
«Bettino non c’è più e con lui si è estinto quel Psi. Tuttavia la sigla a cui era legato è rimasta viva e attiva e molte delle sue intuizioni stanno riemergendo. È paradossale, ma sul piano storico e morale Craxi in parte ha già vinto, o può ancora vincere. Le ragioni profonde della politica della Prima Repubblica, che sembravano sepolte, riaffiorano in un tempo di crisi delle identità e delle strutture democratiche».
Perché quel mondo è crollato? Per consunzione interna, per aggressione giudiziaria o per trasformazioni troppo profonde?
«La narrativa della consunzione naturale è falsa. Dopo il 1989 ci fu un sovvertimento: la fine della Guerra Fredda cancellò i vincitori e salvò gli sconfitti, un paradosso gigantesco. Ma non credo che il Psi fosse “esaurito”. Fu travolto da un’onda esterna e interna. Il punto è che il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. E per adesso rimaniamo in mezzo al guado».
Secondo Giovanni Orsina e altri studiosi, i grandi partiti della Prima Repubblica avevano esaurito la loro funzione. Vale anche per il Psi?
«Io non credo. Il Psi non è crollato perché il socialismo democratico fosse diventato inutile. È crollato perché non seppe reggere la trasformazione globale: fine dei blocchi, liberalizzazione dei mercati, mutamento del paradigma economico. La spinta propulsiva riformista del Psi aveva vinto molte delle sue battaglie, ma non fu traghettata in una nuova stagione politica».
Lei sostiene che Craxi fu anticipatore su quattro questioni decisive. Quali?
«Primo: la prudenza sull’integrazione europea. Craxi temeva l’applicazione rigida del Trattato di Maastricht. Aveva ragione: disse che avremmo rischiato l’inferno, e infatti ci siamo finiti. Secondo: il finanziamento illegale. Craxi ammise le responsabilità, ma rifiutò l’idea del Parlamento come associazione a delinquere. Avvertì: “Se crolla tutto, crolla la democrazia”. E infatti vacillò tutto. Terzo: la sovranità nazionale dentro l’Alleanza Atlantica. Sigonella non è una parentesi: è un punto di diritto costituzionale e internazionale. Una lezione attualissima, se guardiamo alla crisi sulla Groenlandia. Quarto: il bilancio sugli anni della violenza politica. Indicò per primo l’esistenza di un problema politico. Quando la politica arretra, avanza il disordine, e lo governa chi ha più forza, non chi ha più diritto».
Possiamo definire Bettino Craxi un innovatore sistemico?
«Senza dubbio. Parlava di “grande riforma” quando nessuno aveva il coraggio di farlo. Difendeva la Costituzione, ma ne chiedeva l’evoluzione verso un’Italia decidente. E ricordava che le riforme richiedono larghe maggioranze: non consociativismo, ma condivisione profonda. La Prima Repubblica aveva un bipolarismo bloccato ma stabilizzante. La Seconda ha creato una babele identitaria dove gli interessi del Paese arrivano spesso dopo quelli delle coalizioni».
Oggi ritroviamo quell’ispirazione nel dibattito sul presidenzialismo e sulla riforma della giustizia?
«L’attuale destra non è arrivata al governo con un mandato riformista. Ha cavalcato pulsioni anti-élite, anti-europee, anti-sistema. Una volta al potere ha tentato di tenere insieme europeismo, atlantismo e sovranismo: un triangolo irrisolvibile.
La riforma della giustizia è un’eredità della lunga guerra al giustizialismo. Ma rischia di diventare un referendum identitario, non una riforma di sistema. La separazione delle carriere è un riequilibrio necessario: Craxi l’avrebbe votata. Ma riforme così richiedono maturità democratica, non propaganda. E richiedono che la magistratura decida se giocare nei tribunali o nelle piazze».
La riforma presidenzialista è destinata a fallire?
«Non so se fallirà. So però che rischia di essere trasformata in un plebiscito pro o contro il governo, invece che in un confronto serio sul futuro istituzionale del Paese. Le riforme costituzionali non si fanno contro qualcuno: si fanno con grandi maggioranze morali e politiche. Altrimenti si sbriciolano».
Vede in pericolo l’idea stessa di democrazia liberale?
«Viviamo in un capitalismo che può essere democratico o ademocratico. In Russia e in Cina, ma ormai anche negli Stati Uniti, prevale la versione ademocratica. Trump non è un incidente: è una politica del nostro tempo. Il presidenzialismo assoluto erode i contrappesi. L’unico anticorpo è salvare la democrazia liberale europea, e metterla in sicurezza anche attraverso la tenuta della democrazia americana. Ma le contraddizioni resteranno».
Trattare con Reagan era più semplice di trattare con Trump?
«Era un altro mondo. Reagan e gli americani avevano un’enorme considerazione per l’Italia. Craxi, Brandt e altri leader socialisti sostennero l’Alleanza Atlantica da sinistra, con autonomia e credibilità. Mio padre non era devoto agli Stati Uniti: era riconoscente. Parlava da leader di un Paese libero, non da inginocchiato».
Lei ha evocato Giuliano Vassalli. Che ricordo conserva?
«Vassalli affrontò davvero il nodo della giustizia. L’ultima volta che lo vidi fu al Quirinale, mentre studiava la formula per chiedere la grazia per mio padre. È un ricordo che porto con me. Ed è giusto che nel suo nome si costituisca un comitato, anche per ritrovare una unità tra i socialisti dispersi».
I sondaggi indicano che gli italiani sono orientati a votare “sì” al referendum sulla giustizia. È un’eredità anche craxiana?
«Sì. Molti degli input di Craxi sono stati recepiti tardi e male, ma alcuni stanno vincendo. La separazione delle carriere non è un feticcio: è il funzionamento normale di una società moderna. I cittadini hanno diritto a una giustizia equa, rapida, trasparente. Era certamente la battaglia di Bettino Craxi, ma non solo. È ancora la nostra».
