Borse incerte, Bruxelles valuta tariffe sui prodotti americani. Gli Stati Uniti fanno i bulli ma è la finanza a dettare le regole

European Commission President Ursula von der Leyen, right, reads a statement next of the European Council President Antonio Costa, at the presidential palace in Baabda, east of Beirut, Lebanon, Friday, Jan. 9, 2026. (AP Photo/Hussein Malla)

Borse in hung over dopo la sbornia daziaria del fine settimana. Nulla di clamoroso, in realtà. Se si confrontano gli indici negativi delle piazze europee di ieri con il panico generato dal Liberation day ad aprile 2025, si percepisce che siamo in un momento di riassestamento fisiologico. Alla finanza non piacciono le sorprese, e così dà segni di moderato fastidio quando succede.

Alle minacce di Trump contro gli otto Paesi europei, che si oppongono alla sua “conquista della Groenlandia”, è seguito uno scatto d’orgoglio dell’Ue. Bruxelles non solo valuta di imporre tariffe ai prodotti americani in ingresso sui nostri mercati – un’azione punitiva per 93 miliardi di euro – ma anche di far saltare l’accordo che Ursula von der Leyen ha siglato proprio con il presidente Usa la scorsa estate. È nell’aria infatti che si voglia ricorrere all’Aci, l’Anti-Coercion Instrument, lo strumento di deterrenza da utilizzare nel caso in cui l’UE o un suo Stato membro sia esposto a coercizioni economiche e commerciali da parte di un Paese terzo. A sua volta, il Parlamento europeo a Strasburgo ha congelato la ratifica dell’accordo Ue-Usa che avrebbe dovuto regolare proprio i dazi. L’iniziativa ha la firma del Ppe che, dopo mesi di buoni rapporti con i conservatori dell’Ecr e perfino con i Patrioti – primi estimatori del tycoon – è tornato a parlare con socialisti e liberali, i quali fanno parte della maggioranza che ufficialmente sostiene la Commissione von der Leyen.

Insomma, è un’Europa che cerca di farsi valere. Con i volenterosi a fianco dell’Ucraina, i pochi – peraltro alcuni pure in ritirata – soldati dispiegati a difesa della Groenlandia, ma anche l’accordo con i Paesi del Mercosur. Ci stiamo accorgendo che abbiamo delle frontiere da difendere e un’identità, soprattutto economica, che deve tornare a essere competitiva. C’è chi sostiene il paradosso per cui senza Trump l’Europa non sarebbe mai arrivata a nulla. D’accordo, ma di fatto l’Europa dov’è che è arrivata? L’aumento delle spese per la sicurezza non è omogeneo tra tutti i Paesi membri. Le politiche commerciali – non solo con gli Usa e America Latina, ma anche quelle verso altri mercati – in realtà sono monche di una visione strategica in fatto di industria.

La corsa all’Artico ha la doppia funzione dello sfruttamento delle risorse locali, nell’ottica della twin transition, e del controllo di nuove rotte navali. D’altra parte, a oggi le mosse compiute si sono rivelate stentoree. E comunque non hanno né dissuaso Trump dai suoi appetiti espansionistici, né spaventato cinesi e russi che, davvero, a quelle terre mirano da decenni. Il rischio è che con l’Aci si ripeta il caso Groenlandia. Emmanuel Macron è il primo a voler sparare il cosiddetto Bazooka oltre l’Atlantico. Come ha mandato subito i suoi soldati a difesa dell’isola danese. Mentre Giorgia Meloni non vuole esagerare con le provocazioni contro l’amico americano. Stiamo maturando la consapevolezza di proteggere i nostri interessi.

Sul come, c’è ancora parecchio lavoro da fare. Del resto, nemmeno a Washington regna la certezza. Oggi è un anno esatto dall’insediamento di Trump, che andrebbe ricordato come il principio della fine dell’amicizia transatlantica per come l’abbiamo sempre vissuta. Dodici mesi di montagne russe, che non sono piaciute né ai mercati né agli elettori. Il consenso per il presidente Usa è poco sopra il 40%. Nonostante crescita e occupazione in positivo e inflazione sotto controllo. La cattura di Maduro non ha fatto cambiare idea agli americani. Per loro sono prioritari la benzina a basso costo e il carrello della spesa pieno. Vero è che Wall Street sta andando bene. Ieri era chiusa per Martin Luther King Day. Ma, tra istituzioni e investitori privati, gli analisti percepiscono addirittura un sovraffollamento. Da qui le perdite “accompagnate” di questi ultimi giorni.

La settimana comincia oggi, quindi. Ed è cruciale. Oltre alla plenaria di Strasburgo, è in corso il World economic forum di Davos, dove per giovedì è atteso proprio Trump. Nello stesso giorno, il presidente del Consiglio Ue, António Costa, ha convocato una riunione straordinaria per affrontare le tante questioni che gli Usa hanno aperto con l’Unione. Sarà interessante seguire gli effetti di questo confronto a tre. Gli Stati Uniti fanno i bulli. L’Europa prova a ruggire. Ma poi è la finanza a decretare le regole. Anche quelle di un gioco del tutto nuovo.