L'intervista
Bozza legge elettorale, Clementi: “Sul premio di maggioranza la Corte Costituzionale ha fissato paletti chiari. Tra 40 e 42% il gioco cambia completamente”
Con Francesco Clementi, professore ordinario di diritto pubblico italiano e comparato a La Sapienza, abbiamo analizzato i nodi della nuova legge elettorale.
Professor Clementi, lei parla di una bozza “figlia di un’atletica politica che si apre e non si chiude”. Che cosa intende?
«Intendo dire che ci troviamo davanti a un testo che nasce da una dinamica politica tutt’altro che statica. È una bozza che si è formata lungo mesi di confronto, a volte esplicito, altre volte sotterraneo, tra le forze di maggioranza e anche, seppur in modo meno evidente, tra alcune componenti dell’opposizione. È un prodotto fluido, ancora in movimento, che riflette un sistema politico in transizione: non una fotografia immobile, ma un’istantanea scattata mentre tutti gli attori si stanno ancora muovendo».
Uno dei capisaldi è la spinta a “maggioritalizzare” ulteriormente il sistema. Come la definirebbe?
«La riforma nasce con l’idea di accentuare la vocazione maggioritaria di un sistema che già oggi tende a favorire la governabilità. Lo fa attraverso uno strumento molto chiaro: il premio di maggioranza. Nella versione più recente, dopo vari aggiustamenti, questo premio dovrebbe assegnare alla coalizione vincente circa il 55% dei seggi. È una scelta politica precisa: rendere il voto un investimento diretto sul governo, garantendo che chi vince abbia gli strumenti numerici per governare. È un’impostazione che rafforza la logica del “mandato a governare”, cercando di limitare frammentazioni e stalli parlamentari».
Il nodo della soglia per ottenere il premio resta però irrisolto. Quanto pesa questa incertezza?
«Pesa moltissimo, perché la soglia non è un dettaglio tecnico: è un punto squisitamente politico. Decidere se fissarla al 40, al 41 o al 42% cambia completamente il gioco delle alleanze. Non è un numero neutrale: è “caldo”, perché dipende dagli interessi dell’attuale maggioranza e dalla valutazione su come includere o escludere nuovi soggetti politici emergenti, come il generale Vannacci o il partito di Carlo Calenda. La decisione sulla soglia diventa così una variabile ancora non definita, frutto della strategia dei due poli e soprattutto della coalizione che oggi guida il governo e che deve valutare se un’alleanza più larga la favorirebbe o la danneggerebbe».
La Corte Costituzionale, però, ha già indicato paletti molto chiari. Quali?
«Il primo paletto è netto: nessun premio può essere attribuito sotto il 40%, perché altrimenti sarebbe sproporzionato e rischierebbe di comprimere la rappresentanza. Allo stesso tempo, superare il 60% sarebbe ugualmente problematico: significherebbe compromettere la capacità del Parlamento di formare in modo garantito gli organi di garanzia — il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale — che richiedono quorum qualificati e trasversali. La Costituzione italiana tutela questi equilibri e scoraggia soluzioni che li alterino eccessivamente. In altre parole: il sistema può essere indirizzato verso il governo, ma non può mettere in crisi la capacità del sistema stesso di funzionare come democrazia pluralista».
Il bicameralismo paritario complica ulteriormente la questione del premio. È davvero così rischioso?
«Sì, in modo sostanziale. Nel nostro ordinamento il bicameralismo è paritario: due Camere, stesso peso, stesso potere di concedere o negare la fiducia. Questo significa che il premio di maggioranza può essere attribuito solo se vi è omogeneità nel risultato tra Camera e Senato. Il rischio concreto è che una coalizione vinca con margine in una Camera ma perda nell’altra. È già accaduto in passato: nel 2013 ci siamo andati vicini. Con un premio di maggioranza in gioco, però, questa eventualità diventerebbe devastante perché porterebbe a uno stallo istituzionale “alla messicana”: nessun vincitore riconoscibile, nessuna governabilità possibile. Ed è paradossale, perché il premio nasce proprio per garantire l’esatto contrario. Dunque, la condizione dell’omogeneità è inevitabile: due Camere, due fiducie, un solo premio».
Nel terzo punto lei parla di un “fixing” interno alle coalizioni. Che cosa accadrà nei prossimi mesi?
«Accadrà che questo premio, che tecnicamente prende la forma di un listino bloccato, obbligherà le coalizioni a definire con precisione i rapporti di forza interni. Nel centro-destra il processo è più semplice, perché gli equilibri sono già consolidati dall’esperienza di governo. Nel centro-sinistra è più problematico: il fixing impone di fatto una scelta di leadership, perché decidere chi sta nel listino significa anche decidere chi guiderà la coalizione alternativa a Giorgia Meloni. Da qui all’approvazione della legge, assisteremo a movimenti tattici, nuovi posizionamenti e tentativi di ridefinire il perimetro politico di alleanze che ancora oggi non sono consolidate. È un processo in divenire, e inciderà profondamente sul quadro che accompagnerà il Paese fino al voto».
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