Che cos’è il Board of Peace e chi sono gli invitati di Donald Trump: le conferme, gli incerti e gli esclusi

TEL AVIV

Le tensioni e i conflitti armati si stanno estendendo a macchia d’olio in tutto il mondo, con una rapidità crescente e senza apparente controllo. In uno scenario geopolitico sempre più complesso da decifrare, Donald Trump ha lanciato un’iniziativa forte: l’invito a 50 Paesi, incluso il Papa, a partecipare al Board of Peace, il Consiglio di Pace pensato per consentire il passaggio alla Fase 2 del piano per Gaza.

Sono circa 20 i Paesi ad aver già aderito. Israele, tuttavia, per bocca del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha espresso forti perplessità, in particolare sulla partecipazione del Qatar e soprattutto della Turchia. Tel Aviv ha chiarito che non accetterà la presenza di soldati turchi nella Forza di stabilizzazione internazionale (ISF). Netanyahu ha inoltre ribadito che, come previsto dal piano in 20 punti, prima di procedere alla seconda fase dovranno essere soddisfatte due condizioni imprescindibili: la restituzione del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano e la smilitarizzazione di Hamas. Trump si dice certo che tali condizioni verranno rispettate; in caso contrario, ha avvertito, le conseguenze per Hamas saranno pesanti.

Spagna, Francia, Regno Unito e altri Paesi hanno rifiutato di firmare lo statuto del Board. Il Canada, che aveva già manifestato l’intenzione di non aderire, si è visto ritirare l’invito dopo un duro scontro tra Trump e il premier Mark Carney, che ha definito la politica americana una rottura dell’ordine mondiale basato sulle regole. L’episodio si inserisce in un quadro più ampio di frizioni commerciali e politiche tra Stati Uniti e Canada.

Anche la posizione italiana appare ora incerta. Roma ha annunciato la volontà di aderire, ma probabilmente non parteciperà per motivi costituzionali. Lo statuto firmato a Davos prevede infatti una presidenza del Board affidata a Trump a vita e con poteri molto ampi, elemento che ha alimentato dubbi e resistenze. Francia, Spagna e Regno Unito temono che si tratti di una struttura alternativa all’Onu, ma l’Europa dovrebbe interrogarsi su quali reali alternative abbia oggi e su cosa abbia concretamente fatto per porre fine alle ostilità a Gaza, oltre a un inconcepibile riconoscimento dello Stato di Palestina, privo di effetti pratici. L’Onu, percepita come sbilanciata su posizioni filo-palestinesi, ha perso credibilità e capacità di incidere.

Il dossier Groenlandia ha ulteriormente accentuato la diffidenza europea verso il Board of Peace. L’isola rappresenta un asset strategico cruciale per rotte artiche, risorse minerarie e terre rare, considerate da Washington fondamentali per la sicurezza americana ed europea, ma fonte di tensioni con l’Unione europea, la Danimarca e i Paesi nordici. Nelle ultime ore, l’invito rivolto alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha apprezzato l’iniziativa condividendone l’obiettivo di pace, potrebbe contribuire a stemperare il clima. Parallelamente, sarebbero in corso colloqui tra Stati Uniti e Autorità nazionale palestinese per una possibile adesione dell’Anp al Board. In un contesto che va dalla Groenlandia all’Ucraina fino a Gaza, resta evidente che – senza l’iniziativa americana – l’immobilismo europeo e l’inefficacia delle istituzioni internazionali avrebbero continuato a lasciare il conflitto senza sbocchi.