Ambrogio
Chi cerca lavoro, a Milano lo trova. Mainini: “Qui pure la madonnina ha le maniche rimboccate. Ma questa città deve amarsi di più”
Daniela Mainini –avvocato cassazionista, esperta di tutela penale dell’industria – è, presidente del Centro Studi Grande Milano, il think tank che con oltre 500 eventi è diventato l’erede di quella stagione di circoli culturali che per decenni ha alimentato il dibattito civico sulla metropoli.
Il Centro Studi Grande Milano nasce un anno dopo la riforma del Titolo V che istituiva le città metropolitane. Coincidenza o necessità?
«Direi entrambe. L’incontro dei 19 fondatori, amici pensanti, è stata una fortuna della vita, una coincidenza, come la chiama lei, rispetto alla quale devi però essere pronto, perché le coincidenze avvengono regolarmente, ma sei tu che devi accorgerti di loro. Ci accorgemmo che erano spariti i circoli culturali di un dibattito serio sulla città. Noi iniziammo nel 2002 sull’onda di una Riforma costituzionale che segnava il passaggio da uno Stato accentrato a uno Stato fortemente decentrato, in senso federale. Oggi comunque la città metropolitana è un grande incompiuto istituzionale».
Lei ha definito Milano non una megalopoli, ma “il cuore di un arcipelago funzionalmente integrato”. È ancora una definizione valida, dopo le Olimpiadi e la trasformazione urbanistica degli ultimi anni?
«Sì lo è anche dopo le Olimpiadi: Milano non era e non è una megalopoli come Parigi o Londra ma il cuore di un arcipelago funzionalmente integrato e, aggiungo, densamente popolato di tanti comuni e città che ne costituiscono le isole dotate di autonomia amministrativa, gelose della propria autonomia. Per questo creare una vera area metropolitana è azione complessa. Per questo iniziammo dall’ascolto dei cittadini della città metropolitana».
Le Olimpiadi Milano-Cortina si sono appena concluse. Il suo Comitato strategico 2023-2026 era interamente dedicato al tema #AmareMilano verso le Olimpiadi. Qual è il bilancio?
«Un bilancio assolutamente positivo. Nonostante i detrattori e i contestatori di professione, ritengo che l’idea di una Olimpiade diffusa abbia ribadito che Milano è città visionaria, efficiente, accogliente e con forte attrattività internazionale. L’utilizzo di molte infrastrutture esistenti, accanto al riutilizzo futuro, con meno sprechi rispetto ad altre Olimpiadi, che necessitano di tempo, dimostreranno che chiunque dia per spacciata Milano deve sempre ricredersi. E dal momento che il successo di Milano è il successo dell’Italia intera è il tempo di una Legge speciale per Milano che assicuri alla città le risorse necessarie e coerenti alla sua immagine nel mondo».
Milano ha quasi duecento anziani ogni cento giovani, ma la vitalità demografica arriva dalle periferie e dai nuovi cittadini. Il Centro Studi Grande Milano si occupa anche di questa Milano?
«Senza dimenticare che Michelangelo ha progettato la cupola di San Pietro a 88 anni e che Frank Lloyd Whrigth ha disegnato il Guggenahim Museum a 91, dobbiamo riconoscere che esiste a Milano un problema demografico importante. Nascono ogni anno molti meno bambini rispetto ai deceduti. Per cui se non ci occupiamo delle nuove natalità e delle politiche a favore delle stesse non siamo destinati a fare passi avanti. Milano deve accogliere, integrare e fare degli stranieri di seconda generazione, nati e istruiti qui, dei veri cittadini perché Milanesi non si nasce ma, come noto, si diventa. E questo grazie anche al lavoro. Pure la madonnina a Milano ha le maniche rimboccate, chi cerca lavoro, a Milano lo trova».
Antonio Calabrò, premiato con la Guglia nel 2025, ha avvertito che Milano rischia di diventare un’area per “city users” che non sentono la città come propria. Condivide questa preoccupazione?
«Assolutamente sì: ben vengano gli investimenti stranieri e i nuovi abitanti globali a Milano. Non sono loro il problema. Tuttavia oggi Milano è “usata” moltissimo. I prezzi salgono e i nuovi possidenti non sono la vecchia borghesia milanese di una volta che restituiva alla città. Se il ceto medio viene espulso, le giovani coppie restano lontane per impossibilità di vivere a Milano e il mercato è la rendita, andremo verso non a una grande Milano ma, per dirla alla Calabrò, a un Grand Hotel».
Sul fronte dell’innovazione tecnologica la città è un hub europeo dell’intelligenza artificiale, ma solo l’otto per cento delle piccole imprese ha avviato progetti di IA. Milano rischia di essere una capitale dell’innovazione per pochi?
«Le PMI hanno un problema di risorse e di passaggio generazionale, ma sulla AI e compliance devono fare di più altrimenti non sarà Milano una capitale dell’innovazione per pochi ma in pochi godranno dei benefici della innovazione».

Torniamo a voi. vi definite un “network di eccellenze accomunate da una Carta dei Valori”. In un’epoca in cui le parole “valori” e “eccellenza” sono inflazionate, cosa contiene concretamente quella Carta?
«Oggi come allora nessuno può iscriversi al CSGM se non condivide e sottoscrive la carta dei valori, un lavoro corale che continua ad arricchirsi ogni anno. Il termine “valori” è certamente tra i più inflazionati nel linguaggio contemporaneo, ma il motivo risiede in un paradosso: più una società diventa liquida e frammentata, più sente il bisogno di invocare “valori” come etichette rassicuranti, un rifugio retorico. Nel CSGM La parola “valore” recupera peso perché è ancorato a un’azione concreta e coerente e non al semplice annuncio.
Ogni triennio definiamo “l’urgenza di Milano”, la dimensione, i trasporti, la demografia e dibattiamo poi il tema principale attorno a cultura e solidarietà, ascoltando il Comitato Strategico presieduto da Gianmario Verona e il Comitato Grande Milano presieduto da Antonio Calabrò».
Nel 2027 Milano eleggerà un nuovo sindaco. Voi che rappresentate la società civile organizzata, cosa chiedete — non a uno schieramento, ma a chiunque si candidi?
«Innanzi tutto i nostri interlocutori non possono essere chiunque si candidi ma chiunque abbia a cuore il destino di Milano non per spot elettorale ma come convincimento reale e prove sul campo. Chiederemo una Milano europea, solidale e inclusiva, laboratorio di diritti, di ricerca e di sviluppo, una città di cultura diffusa. A misura di giovani e di anziani. Scuola dei valori di libertà e di democrazia così come è sempre stata. Meno modello ma esempio perché Milano, quando fa Milano, vince».
Se dovesse riassumere in una frase cosa ha imparato la Grande Milano in questi vent’anni — e cosa deve ancora imparare?
«Dico ciò che deve ancora fare: criticarsi di meno e amarsi di più».
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