È ancora presto per capire chi sarà a prevalere tra l’aquila americana e il dragone cinese. La sola certezza è che questa nuova guerra fredda parte dal Medio Oriente e da lì si propaga e si trasforma per abbracciare il resto del mondo. Quale altro set, se non le dune del deserto, dove tutto cambia con un soffio di vento, sarebbe più indicato per ambientare un conflitto fatto non più di muri o trincee, bensì di interconnessioni che, pur nella rivalità, non si possono interrompere?
Lo ha intuito bene Israele, che ha detto no alla tecnologia cinese per i suoi soldati, senza però alzare barriere ai rapporti commerciali che da sempre ha con Pechino. Più enigmatico è il mondo arabo. I piccoli ma ricchi emiri prenderanno posizione con difficoltà. E la loro scelta non sarà mai irrevocabile. Il miglior acquirente di petrolio non è automaticamente il miglior alleato di chi lo vende. Sono tanti, troppi i fratelli dell’Islam sotto il torchio di Pechino perché i sauditi non ne facciano una questione di fede. Del resto, Donald Trump sembra essere il primo presidente Usa che più apprezza i melliflui corteggiamenti degli sceicchi del Golfo.
È un conflitto di uomini. Di leader dallo sguardo truce e dalle parole quasi mai concilianti. I loro eserciti vanno oltre le portaerei e i droni. Non si limitano alla conquista di territori abbondanti di ricchezze naturali. Le loro tecnologie sono l’immaginazione che si fa realtà. Audaci ingegneri eseguono i piani di due governi che potrebbero scatenare conflitti mai visti nella storia. Salvo poi non poter rinunciare l’un l’altro sui mercati. C’è ancora un modello americano, sotto le cui ali ci siamo sentiti protetti per decenni. Ma Washington sta cambiando. Non è Trump a imporlo, bensì l’evoluzione naturale delle cose. Il processo decisionale democratico si scontra con la velocità delle nuove tecnologie. Un punto di sintesi non è stato ancora raggiunto. Né a Washington, né tanto meno in Europa. Più volte, l’Amministrazione Trump ha bypassato il Senato per rendere operative decisioni da prendere in tempi rapidi. Il dibattito parlamentare e gli stop dei giudici sono un lusso che non ci si può permettere. L’Europa questo esame di coscienza non l’ha nemmeno iniziato.
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E c’è un modello cinese, dove il capo decide e il sistema a esegue. Nei suoi tredici anni di governo, Xi Jinping ha piegato partito, forze armate e mercati affinché il Paese compisse un altro grande balzo. La tradizionale potenza economica della Cina oggi si declina anche in ambizioni geopolitiche e obiettivi strategici. La visione di Pechino va oltre l’Indo-Pacifico. È un espansionismo che ha come prima tappa il Medio Oriente, appunto, e prosegue in Africa e America Latina. In tutti i quadranti il confronto diretto è con gli Usa. La Cina ha un punto debole però. Comune in tutti i regimi autocratici. La successione del capo. Il processo di ricambio ai vertici del regime, voluto ai tempi di Deng Xiaoping, oggi appare interrotto. In questo scontro globale, la certezza che dà pieno vantaggio agli Usa sta nel dollaro, che resta la valuta di transazione più apprezzata su tutte le piazze finanziarie. E qui non c’è tecnologia che tenga.
