Ogni euro investito nel cinema genera in media 3,54 euro di ritorni economici. Non è uno slogan: lo confermano gli indicatori e gli studi più seri, come quello realizzato da Cassa Depositi e Prestiti. Il cuore del meccanismo è il tax credit, una leva finanziaria — non un aiuto di Stato — che l’Unione europea consente proprio per stimolare settori ad alta intensità di lavoro e di filiera. In Italia l’aliquota media tra cinema e audiovisivo è intorno al 37%: su una produzione da un milione, parliamo di circa 370 mila euro di credito d’imposta. Eppure, a conti fatti, allo Stato non solo rientra quella somma: ne rientra ben di più.
L’esempio
Prendiamo un caso-tipo. Un film da 1 milione distribuisce i costi per metà in spese vive (beni e servizi) e per metà in lavoro. Sulla quota acquisti l’IVA al 22% genera circa 110 mila euro di gettito. Sulla quota lavoro, tra IRPEF e contributi previdenziali la pressione effettiva si aggira — nelle medie di comparto — attorno al 35% per ciascuna voce: altri 170 mila euro di IRPEF e 170 mila di contributi. A ciò si sommano imposte locali e IRAP nell’ordine di un ulteriore 8% medio. Il rientro complessivo sfiora così i 410 mila euro, a fronte di un credito d’imposta di 370 mila euro. Il saldo fiscale è positivo; e non esaurisce i benefici, perché il moltiplicatore prosegue lungo la filiera (studios, maestranze, fornitori) e si traduce in PIL aggiuntivo.
Il turismo dopo i film
Non è tutto. Il cinema attiva un potente soft power che promuove territori, città, patrimoni culturali. Agostino Saccà, già direttore generale Rai e oggi produttore cinematografico, sta girando un film sui primi vent’anni di Gigi D’Alessio a Napoli. La sua fotografia è efficace: «A colazione in albergo mi trovo a essere l’unico italiano. Era pieno di stranieri. Mi hanno detto che dopo il successo delle serie sulla malavita, tipo Gomorra, e dopo film come Partenope, venduti in tutto il mondo, i turisti che vanno a visitare quell’incredibile set vivente che è Napoli si sono decuplicati».
Il “terzo ritorno” del tax credit, oltre al fisco e al PIL, è dato dunque dalla spinta alla attrattività turistica e alla reputazione internazionale.
I competitor europei e globali l’hanno capito benissimo. La Spagna cumula tax credit statale e regionale fino al 60% e non a caso ospita ormai oltre venti case di produzione sopra i 250 addetti. Francia e Regno Unito hanno rafforzato gli incentivi (Londra li ha appena portati fino al 40% in alcuni segmenti). La Turchia, oggi secondo produttore mondiale di serie dopo gli Stati Uniti, investe massicciamente per dominare gli schermi nel mondo arabo ed entrare in quelli europei. E lo stesso Trump ha deciso di istituire un tax credit federale nel Paese che ha per mercato il mondo. La Corea del Sud ha trasformato K-cinema e K-series in un’arma di influenza culturale capace di riequilibrare i rapporti con Pechino.
In Italia, il settore ha bisogno di certezza delle regole e di una manutenzione intelligente degli strumenti. Agostino Saccà non incolpa il titolare della Cultura: «Il ministro Alessandro Giuli, uomo colto e in attento ascolto del settore, ha firmato il 25 giugno 2025 un decreto che ha innalzato i requisiti e riordinato una normativa divenuta confusa». Un passo apprezzato dagli operatori, perché ha posto le basi per un comparto più sano e competitivo. Ora, però, si gioca la partita della sessione di bilancio.

Il ridimensionamento
Gli obiettivi sono due. Primo: ridimensionare i tagli e preservare il principio dello “splafonamento”. Il vecchio “click day” penalizzava le opere meritevoli arrivate oltre il limite di cassa; il meccanismo-serbatoio consentiva invece di ammettere ai benefici tutte le domande valutate idonee dalla commissione, superando la lotteria dell’ordine di arrivo. Bloccare lo splafonamento significa congelare produzioni per uno-due anni: le banche, senza la certezza del tax credit, bloccano la costruzione del piano finanziario. Secondo: mantenere un tetto ai grandi player internazionali. Negli ultimi quattro anni, il 65% del tax credit è confluito in cinque multinazionali europee con base in Italia ma utili consolidati all’estero. Un bilanciamento è necessario: conviene spostare più incentivo verso le società italiane senza rinunciare all’attrazione di capitali esteri, difendendo così la crescita dell’ecosistema nazionale.
La parola chiara è filiera
La regia, va da sé, non può essere solo del Ministro della Cultura, che va sostenuto nell’ambito del governo. Se il tax credit è una leva di politica industriale, l’attrattore d’investimenti internazionali è il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, oltre a Regioni e città film-friendly. La parola chiave è filiera: dagli studi di posa alle maestranze, dagli effetti digitali alle scuole tecniche, fino al marketing territoriale. Il messaggio di Saccà è netto: «Un Paese che smette di investire nell’industria culturale ha deciso di smettere di esistere, nell’immaginario globale». Investire non costa: rende. Rende al fisco, rende al PIL, rende al turismo e all’immagine. L’Italia — superpotenza culturale per vocazione — ha tutto per guidare questa corsa. Servono poche scelte chiare: stabilità del tax credit, superamento del click day con splafonamento controllato, tetti equilibrati per i big esteri, finanziati prevalentemente dall’attrattore Mise, e una cabina di regia che tratti il cinema come ciò che è: industria strategica. Il resto lo faranno i set, le storie e il talento del Paese.
