Altro che protesta. Altro che dissenso politico. Quello andato in scena a Torino durante il corteo pro-Askatasuna di sabato è stato un episodio di violenza organizzata che con la libertà di manifestare non ha nulla a che vedere. Una guerriglia urbana pianificata, portata avanti da gruppi abituati allo scontro fisico e determinati esclusivamente a colpire le Forze dell’ordine e devastare ciò che trovavano lungo il percorso.

Tra gli arrestati c’è Angelo Simionato, 22 anni, incensurato e originario di Montelaterone, una frazione nel Grossetano. Ora in paese lo descrivono tutti come «un ragazzo tranquillo». Ma in piazza non c’era nessun ragazzo tranquillo: c’era un giovane che, secondo gli investigatori, faceva parte del gruppo che ha assalito l’agente Alessandro Calista, pestato e rapinato di casco, scudo e maschera antigas. Non serve impugnare un martello per essere complici: partecipare a un branco che circonda e colpisce un uomo a terra basta e avanza.
E non si è trattato di un episodio isolato o improvvisato. Decine di militanti, molti arrivati dall’estero, tra Francia, Turchia, Grecia, Messico e Australia, si sono mossi con modalità paramilitari: nomi in codice – come Blu, Mango, Kiwi, Ugo – piccoli gruppi, travisamenti, cambi d’abito durante il corteo, impermeabili neri indossati all’ultimo momento e abbandonati sull’asfalto per rendere più difficile l’identificazione. Hanno utilizzato laser contro gli agenti, tubi di lancio artigianali, aste divelte, oggetti contundenti. Perfino una troupe giornalistica è stata aggredita e le attrezzature distrutte. Un comportamento da squadrismo, non da attivismo.

La verità è che l’ideologia è solo un alibi. Il collante non è la politica, ma lo scontro in sé. Non c’è alcuna proposta, nessuna visione alternativa di società: soltanto il gusto di attaccare, rompere, incendiare. Un rituale di violenza fine a sé stesso, che ricorda più le dinamiche degli ultras che una mobilitazione civile. La Val di Susa è diventata una palestra, Torino l’ennesimo campo di battaglia. Questi gruppi non difendono diritti, li calpestano. Non rappresentano movimenti sociali, ma una minoranza rumorosa che usa ogni pretesto – Palestina, sgomberi, decreti Sicurezza – per scatenare il caos. Si infiltrano nei cortei legittimi, trasformano le piazze in trappole e mettono a rischio manifestanti pacifici, giornalisti, cittadini e poliziotti. E poi si nascondono dietro la retorica della repressione.

Il confronto con gli anni Settanta è persino fuori luogo: allora, nel bene o nel male, esisteva una strategia politica. Oggi resta solo una rabbia cieca, priva di contenuti, che vive di provocazioni e attende la prossima occasione per colpire ancora. Non rivoluzionari, ma professionisti del disordine. Chiamarli “antagonisti” è già un favore. Sono facinorosi organizzati, gruppi che prosperano nella spirale della violenza e che non hanno alcun interesse a interromperla. Ogni stretta diventa per loro un’altra scusa, ogni manifestazione un altro palcoscenico per devastare.
Chi scende in piazza con il volto coperto, armato di spranghe e pronto al pestaggio, non sta protestando: sta scegliendo deliberatamente la violenza. E merita di essere trattato per quello che è, non va romanticizzato come ribelle. Perché dietro quei passamontagna non c’è dissenso. C’è solo vandalismo codardo e voglia di creare problemi.

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Classe 2002, mediatrice linguistica dalla penna obiettiva e tagliente. Sicula passata per l’Inghilterra, ma trapiantata a Siena. Appassionata di Palio, politica e polemiche.