Decisivi i prossimi giorni
Cosa farà l’Iran dopo la morte di Khamenei: il ritorno dei leader in esilio solo dopo il crollo certificato del regime
La morte di Ali Khamenei è il colpo più duro che potesse essere inferto al regime iraniano. L’obiettivo principale ma anche il più difficile a cui puntavano Stati Uniti e Israele, e che ora cambia completamente le carte in tavola e obbliga ciò che resta del regime a compiere una scelta non più rinviabile: proseguire una guerra ad oltranza, fanatica contro Washington e Tel Aviv, la quasi totalità del Medio Oriente e lo stesso popolo iraniano, oppure avviare una transazione verso un cambio di regime che ponga definitivamente fine al conflitto e alle tensioni interne.
Molto dipenderà da cosa faranno i militari e da come reagiranno gli Ayatollah e i Pasdaran, ma questa volta il tempo non è dalla parte dei reduci del regime. La morte di Khamenei ha aperto un vuoto nel regime difficile da colmare e con la testa della piovra recisa, i tentacoli fanno molta meno paura. Le prossime ore saranno decisive e Teheran dovrà decidere cosa fare. Le ore che precedono il crollo di un regime sono quelle più convulse, e in cui spesso si confrontano voci diverse, e nel caso dell’Iran questa didattica interna si infrange sul muro del fanatismo religioso che è un elemento da non sottovalutare mai.
Dopo la guerra dei 12 giorni e le sue immediate conseguenze era apparso evidente a tutti – a partire dagli analisti del Pentagono – che solo un colpo sferrato al cuore stesso del potere sciita potesse far crollare il fondamento stesso di un potere che per sua natura è si bicefalo, ma pur sempre con un potere politico in netta subordinazione a quello religioso. La cautela è d’obbligo, non solo perché tutto è incerto e prematuro, ma anche perché non conscia o ad oggi le reali intenzioni dei militari, e la possibilità che essi pongano un freno agli Ayatollah.
Alla fine dovranno si compiere una scelta, ma ciò non vuol dire che questo coincida con la via più auspicabile, quella di un passaggio di poteri indolore e che restituisca la libertà perduta al popolo persiano. Le proteste spontanee che hanno visto un popolo fiero scendere in piazza e sfidare la più brutale delle repressioni ha certamente condizionato e non poco l’opinione pubblica occidentale e il governo statunitense, ma è chiaro che da quelle piazze, dal quel sussulto di libertà non è sorta nessuna leadership politica, nessuna figura politica in grado di rappresentare già in patria un’alternativa. Questo pone quale unica alternativa i leader in esilio in Europa e negli Stati Uniti, a partire dall’erede al trono, Reza Ciro Pahlavi che sembra essere l’unico in grado di rappresentare una sintesi politica e un punto fermo nel caos in cui versa l’Iran. Ma senza l’avvio di una transizione e la certificazione politica del crollo del regime è impossibile persino prefigurare un rientro sicuro in patria degli esuli e dell’erede al Trono.
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