Cottarelli voterà Sì al Referendum sulla giustizia: “Il centro liberaldemocratico ago della bilancia, la sinistra se ‘punta’ Meloni rischia di perdere”

CARLO COTTARELLI DIRETTORE OSSERVATORIO CONTI PUBBLICI ITALIANI UNIVERSITA’ CATTOLICA DI MILANO

Carlo Cottarelli mette le mani avanti: «Non ci illudiamo che la riforma risolverà tutti i problemi della giustizia, a partire dai tempi lunghissimi dei processi». Ma comunque al referendum voterà Sì per la separazione delle carriere e il sorteggio del Consiglio superiore della magistratura. E la vera svolta – sostiene – sarà proprio l’estrazione dei membri: «Depoliticizzare impedisce di fare giochini». Una posizione coerente quella dell’economista, che nel 2021 aveva presieduto il Comitato Scientifico Programma per l’Italia: nel paragrafo dedicato alla giustizia, si sottolineava l’urgenza di dividere i poteri per garantire «l’imparzialità e l’indipendenza dei giudici di ogni ordine».

Dove nasce il suo Sì al referendum?
«Nel 2021 ho fatto il coordinatore di un gruppo di area liberaldemocratica, Programma per l’Italia, che doveva fare un programma per presentarsi alle elezioni (era composto da +Europa, Azione, Partito Repubblicano Italiano, Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia e I Liberali, ndr). Avevamo trattato anche il tema della giustizia. Io in quel rapporto dicevo, tra le proposte, che andavano bene sia la separazione delle carriere sia l’elezione casuale dei membri dei Consigli superiori. L’avevo raccomandata io, e anche ora sono d’accordo. Ma mi faccia aggiungere una cosa».

Prego.
«La separazione delle carriere, secondo me, non è poi così fondamentale. Sono pochi quelli che si spostano da una carriera all’altra, tanto che uno si chiede davvero se vale la pena farla. Credo che sia più importante provare a depoliticizzare il Consiglio superiore della magistratura. E un modo per farlo, mi sembra ragionevole, è l’elezione casuale. Nessuna di queste due cose mi sembra che comporti un maggior controllo del potere giudiziario da parte dell’esecutivo. Non ho trovato niente che mi potesse spiegare in maniera chiara perché ci dovrebbe essere un maggiore controllo».

Però l’Anm e la sinistra gridano al pericolo democratico…
«Non si può certo dire che questa riforma avrà conseguenze per l’indipendenza della magistratura. Certo, depoliticizzare impedisce di fare giochini, ma dovrebbe essere così. Che ci siano le correnti in un’associazione di magistrati lo trovo di per sé strano. La giustizia non può essere politicizzata».

Con il sorteggio, non si rischia di sostituire la responsabilità con il caso?
«Se io come cittadino sono disposto a essere giudicato da un giudice qualunque, quel giudice qualunque potrà pure giudicare gli altri giudici».

Le opposizioni la butteranno sul piano politico: diranno di votare No per mandare a casa il governo Meloni. Funzionerà questa strategia?
«Questo è tatticamente sbagliato perché non ci sono i numeri. C’è un centro liberaldemocratico che attualmente è diviso, ma comunque se messo insieme conta. Ci sono Azione, Italia Viva, +Europa, i Liberaldemocratici di Marattin, Ora! di Boldrin e Forchielli. Questa è un’area che rappresenta un 8-9% minimo. Loro saranno l’ago della bilancia. La posizione del centro non va sottovalutata. Ecco perché è un errore per la sinistra sperare di vincere puntando la campagna referendaria contro il governo Meloni. Rischia di fare la fine, in qualche modo, del “referendum Renzi”. Se lo personalizzi e non hai i numeri perché non ci sono, finisci per perdere».

Se vincerà il Sì, la leadership di Schlein sarebbe messa in forte discussione e potrebbe traballare…
«Certo, c’è anche questo aspetto. Però quello è un problema suo. Io credo che non ci siano i numeri perché la sinistra possa vincere. Diventa una sorta di ripetizione dei referendum indetti dalla Cgil. Non è stato raggiunto il quorum, e si sapeva. Bisogna saper scegliere le proprie battaglie. I referendum sono uno strumento molto complicato. Ma attenzione: c’è un però…».

Ovvero?
«Questa riforma è la cosa più importante da fare nel settore della giustizia? No, secondo me no. Abbiamo ancora un problema fondamentale: la giustizia è lenta, lenta, lenta. E non possiamo accontentarci di dire che una volta erano 8 anni e adesso sono 5 anni e mezzo di media per i processi civili che arrivano al terzo grado di giudizio. Sono tempi da Paese civile? Questo è lo sforzo principale che va fatto».