Cronaca
Crans-Montana e la morte mentre festeggiamo: anatomia di una fragilità collettiva
C’è un istante, ogni anno, in cui ci consegniamo simultaneamente a un rito. Il conto alla rovescia di Capodanno è forse l’ultima liturgia davvero universale dell’Occidente secolarizzato: un momento in cui sconosciuti si abbracciano, bicchieri si alzano all’unisono, e tutti insieme varchiamo una soglia simbolica convinti che dall’altra parte ci attenda qualcosa di nuovo, di migliore, di diverso. È un’illusione, naturalmente. Ma è un’illusione necessaria. E come ogni illusione condivisa, richiede un atto di fede: la sospensione del dubbio, l’abbandono delle difese.
A Crans-Montana, nella notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio, quella soglia si è trasformata in una trappola. All’1:30, mentre il 2026 aveva appena un’ora e mezza di vita, il bar Le Constellation è diventato un inferno. Almeno 47 morti, oltre 100 feriti. Corpi carbonizzati al punto da risultare irriconoscibili. Una scala stretta come unica via di fuga, un soffitto di legno che prende fuoco, forse per una candela, forse per un gioco pirotecnico. La festa che diventa strage nel tempo di un respiro. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. E proprio questa consapevolezza dovrebbe interrogarci su qualcosa di più profondo delle norme antincendio e delle uscite di sicurezza – che pure, evidentemente, continuano a non bastare. Dovrebbe interrogarci sul significato che attribuiamo a questi luoghi e a questi momenti. Sul patto implicito che stipuliamo ogni volta.
Il Capodanno, tra tutte le feste, è quella che più di ogni altra impone la felicità. Non la suggerisce, non la propone: la esige. Chi non festeggia è un guastafeste, un asociale, un malinconico da compatire. Questa tirannia della gioia ci spinge a cercare luoghi dove l’euforia sia garantita, certificata, amplificata. Locali pieni, musica alta, champagne, corpi che si sfiorano. Accettiamo condizioni che in qualsiasi altro momento dell’anno ci farebbero esitare: la calca, l’aria irrespirabile, le vie d’uscita invisibili. Ma quella notte no. Quella notte ci si lascia andare – espressione rivelatrice, se ci si pensa. Ci si abbandona.
I luoghi della festa sono zone franche. Spazi liminali dove le regole del giorno vengono sospese: i ritmi biologici, le convenzioni sociali, il principio di precauzione. Entriamo in questi luoghi per dimenticare chi siamo. E questa sospensione volontaria della vigilanza è parte integrante del piacere che cerchiamo. Non vogliamo pensare alle uscite di sicurezza mentre balliamo. La festa esige l’oblio del pericolo: è il suo prezzo d’ingresso. Poi il fuoco irrompe, e l’incantesimo si spezza nel modo più brutale. Un secondo prima: il countdown, i baci, le promesse. Un secondo dopo: le fiamme, le urla, la fuga. Non c’è transizione, non c’è avvertimento. La morte entra nel cuore stesso della vita celebrata, nel momento esatto in cui celebravamo la nostra invulnerabilità. È questa violazione della grammatica emotiva a renderci così inermi di fronte a tragedie come quella di Crans-Montana. Non abbiamo categorie per elaborarle, perché sovvertono ogni distinzione tra festa e lutto, tra rito di passaggio e rito funebre.
C’è poi un dettaglio, diventato secondario di fronte alla cronaca, ma che aggiunge un ulteriore strato di significato. Nello stesso edificio del bar Le Constellation, al civico 35 di Rue Centrale, si trova la sinagoga di Crans-Montana. Per ore, nella notte, si è temuto un attentato antisemita. Il rabbino Yitzhak Levy ha raccontato il terrore di quei primi momenti, quando l’esplosione sembrava confermare il peggiore degli incubi. Non era terrorismo, ma il fatto che quel pensiero sia stato il primo a farsi strada dice molto sul tempo che viviamo. Dice che la paura è diventata il nostro stato predefinito, il filtro attraverso cui leggiamo ogni evento. Anche quando la realtà è più banale – una candela, un soffitto di legno, una scala troppo stretta – la nostra immaginazione corre subito all’odio organizzato, al nemico. Viviamo in un’epoca in cui la sciagura ci appare meno plausibile del complotto. Vogliamo un’uscita di sicurezza dal nonsenso.
Forse è anche questo che dovremmo imparare da Crans-Montana. Che non sempre il male ha un volto, un movente, un mandante. Che la morte può raggiungerci mentre festeggiamo, senza bisogno di un terrorista che prema il detonatore. E che proprio questa casualità, questa assurdità, per certi versi questa “umanità”, è ciò che più ci spaventa.
© Riproduzione riservata







