Bobo Craxi, esponente socialista e presidente del comitato Psi per il SÌ, interviene nel dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum. Un confronto serrato, politico prima ancora che tecnico.

Onorevole Craxi, lei ha detto che è difficile discutere di principi giuridici quando il clima è quello di un saloon. Cosa intende?
«È molto complicato entrare in un dibattito quando il dibattito si svolge in un saloon. Si rischia di pensare di discutere di principi giuridici mentre in realtà è in corso una rissa. Si fa troppa ironia e indebita comicità a buon mercato sul sorteggio. E invece bisogna partire da un punto di vista politico, facendo una premessa metodologica seria».

Qual è questa premessa metodologica?
«Per qualsiasi laico vale la lezione dei neocontrattualisti liberali, di Rawls: affrontare le questioni con il velo di ignoranza, come la Dea Bendata. Se si osservano le ragioni del sì e del no in modo empirico e spassionato, le ragioni del sì sono logicamente prevalenti. È l’approccio di qualsiasi socialista europeo, democratico, liberale del 2026».

Il PSI sostiene il sì. Unico, tra i partiti del centrosinistra. È una scelta di coraggio?
«Non parlerei di coraggio ma di coerenza. La legge è l’estensione del cosiddetto codice Vassalli, votato da tutte le forze costituzionali tranne che dal Msi, e dell’articolo 111 della Costituzione introdotto nel 1999 dal governo D’Alema, che recepisce la direttiva europea sul “giusto processo”. Siamo dentro la cultura del centrosinistra. È una logica politica che nasce da lì, non nel 2026».

C’è chi sostiene che votare no significhi indebolire il governo Meloni. È così?
«Non sono affatto convinto. Per Giorgia Meloni il referendum può essere un win-win. Se vince il sì, si conferma una riforma che non nasce dalla sua cultura politica. Se perde, può usare l’alibi per anticipare le elezioni. Non esiste una nuova maggioranza referendaria: esisterebbe casomai una maggiore capacità mobilitatrice del fronte giustizialista di sinistra».

Lei parla di separazione delle carriere come di un principio europeo. Perché?
«Tutte le grandi democrazie liberali d’Europa hanno la separazione delle carriere. I sistemi autoritari hanno la carriera unica. Noi non stiamo violando la Costituzione: cancelliamo il Codice Regio del 1941, figlio della cultura giuridica fascista di Alfredo Rocco e Dino Grandi. È paradossale che una parte della sinistra difenda oggi quell’impianto».

Non teme uno scontro con la magistratura?
«Il carrierismo esiste in tutte le categorie. È normale che una corporazione avverta il rischio di un cambiamento profondo. Ma tutti i cambiamenti devono avvenire in modo graduale. Lo abbiamo visto con la responsabilità civile del giudice nel referendum del 1987: prudenza nei decreti attuativi, evitando lo scontro frontale».

Molti criticano il sorteggio nel CSM definendolo arbitrario.
«Si fa troppa ironia. Se si definisce bene la platea dei sorteggiabili, non cambieranno molte cose. Il punto non è il sorteggio, ma superare l’idea dello scontro permanente e riportare l’ordine giudiziario al suo ruolo, non a quello di contropotere politico».

C’è un tema che la sinistra, secondo lei, evita?
«Sì. Oltre mille casi l’anno di errori giudiziari, l’irragionevole durata dei processi, l’abuso delle intercettazioni. Nel 95% dei casi della Disciplinare tutto passa in cavalleria. Difendere i diritti dei poveri diavoli dovrebbe essere un allarme per la sinistra. Invece c’è una curiosa disperazione nel difendere l’esistente».

Lei evoca una prospettiva europea della Costituzione.
«La Costituzione a cui dobbiamo tendere è quella europea. Uniformare i sistemi giudiziari all’interno dell’Unione significa rafforzare la democrazia liberale. L’anomalia è italiana. Non mi piace vedere il nostro Paese accostato a realtà non liberali per via della carriera unica».

Come dovrebbe chiudersi la campagna referendaria?
«Con una battaglia unitaria delle forze progressiste e riformiste: Azione, Più Europa, Partito Radicale, socialisti, riformisti del PD. Anche i sindacati come Cisl e Uil, lasciando libertà di coscienza, possono agevolare il sì. Rispettiamo tutte le obiezioni di coscienza, considero anche il no un’obiezione di coscienza. Ma chiediamo un voto di maturità democratica».

In definitiva, qual è l’obiettivo politico?
«Avere un sistema giudiziario moderno, terzo, tecnologicamente avanzato, capace di rafforzare imparzialità ed equilibrio. L’inquirente farà l’inquirente, il giudice sarà libero di giudicare. Non viene toccato l’articolo 104 sull’autonomia dei magistrati. Chiediamo solo, noi socialisti, che la giustizia italiana sia all’altezza dei tempi e dell’Europa».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.