Due elementi collaterali possono aiutare per valutare le conseguenze del caso Maduro, dittatore “bonvivant” ancorché narcotrafficante e assassino, mai riconosciuto dall’Ue né dagli Usa, succeduto al golpista Hugo Chavez, un protégé dei fratelli Castro. Non è un caso che i 32 caduti in Venezuela, combattendo contro gli americani, siano tutti ufficiali cubani. Da decenni il Venezuela è una provincia dell’Avana.

È già stato accennato alla Casa Bianca che il prossimo passo sarà Cuba, che non fu invasa dagli americani neanche durante la crisi dei missili del 1962. Il neopresidente John Fitzgerald Kennedy permise allora che andasse in porto una spedizione di esuli cubani con le loro armi, ma senza l’appoggio nell’aeronautica e della Marina americana per una forma di rispetto verso l’ex Presidente Eisenhower. La spedizione fallì perché la notizia era stata fatta arrivare dal Pentagono a Fidel Castro. Oggi, la presenza di tanti ufficiali cubani morti sul campo conferma il già noto piano di Trump: normalizzare Cuba e Colombia, due Paesi ampiamente falliti per fallimenti economici e economici e endemica corruzione.

Oggi in questo quadrante del mondo i giornali parlano sempre più di “oligarchi occidentali”. Un risultato della russificazione della parola “oligarca”, prima indicata soltanto per indicare i criminali russi che si erano arricchiti dopo aver riciclato il tesoro di Mosca, impossessandosi di tutte le proprietà pubbliche. Ora lo stesso termine è riutilizzato dal partito russo per indicare tutti gli uomini che, nell’Occidente democratico, esercitano il potere sia economico che politico. Ecco che, di colpo, oggi si parla di “oligarchi anglosassoni e “oligarchi europei”, come se fossero gli equivalenti dei feudatari russi per grazia dello zar. Sorprendente la reazione dell’ex presidente Medvedev (quello che vorrebbe rovesciare le isole britanniche con un sottomarino esplosivo che provocherebbe uno tsunami di 1000 metri) il quale ha intimato a Volodymyr Zelensky, presidente eletto dell’odiata Ucraina, a fare fagotto se non vuole fare la stessa fine di Maduro. Gli americani, certamente d’accordo con gli israeliani, hanno colpito il Venezuela perché quella regione nell’America del Sud è la più ricca di petrolio ed è costantemente frequentata dai proxy iraniani, dagli Hezbollah libanesi e dagli uomini di Hamas.

Sempre in Sudamerica, un altro grande evento si sta producendo: il costante ristabilimento delle relazioni internazionali fra il Regno Unito e l’Argentina spezzate dopo la guerra vinta dal primo ministro Margaret Thatcher, quando la giunta di Videla a Buenos Aires tentò di impossessarsi delle isole Falkland. La guerra fu rovinosa per gli argentini che, tuttavia grazie ad essa, si liberarono della giunta dei generali assassini. Adesso, ne ha dato notizia l’Economist i due Paesi si stanno riavvicinando diplomaticamente per ricostruire un rapporto di alleanza e sbarrare il passo alla colonizzazione cinese nel continente latino. I cinesi sono ovunque come in Africa e L’Argentina del divo liberale Milei sta creando una forza congiunta con Londra per bloccare la strada cinese fino ai Caraibi.

L’operazione venezuelana è solo l’inizio del grande repulisti di ogni presenza straniera nel continente americano. Per questo viene evocata a sproposito la dottrina di Monroe, il presidente americano che nel 1823 dichiarò sigillata la frontiera delle due Americhe, dal Polo Nord alla Terra del fuoco, d’ora in poi chiusa agli europei e di qualsiasi altra potenza non americana. Erano ancora i tempi appena successiva a quelli in cui la Francia vantava pretese monarchiche sul Messico e il re del Portogallo si stabiliva in Brasile per sfuggire a Napoleone.

Monroe oggi viene citato in modo inopportuno, seguendo i suggerimenti della propaganda russa che cerca di far credere che quel presidente vietò agli Usa di ficcare il naso in casa di altri americani. Trump ha poi rilanciato il desiderio di impossessarsi della Groenlandia, benché essa appartenga alla Danimarca, che è anche membro della Nato. La Groenlandia apparteneva alla corona danese, ma quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, Copenaghen si schierò con i nazisti e la Groenlandia fu occupata dalle forze americane. Queste la trasformarono in una base operativa per la guerra dei minerali, che si svolge in quelle acque fra russi, cinesi, americani e francesi. E oggi, la necessità di controllarla è più impellente che mai

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.