Ddl antisemitismo, una risposta decisa a chi voleva sminuire l’odio contro gli ebrei

Bastava leggere la valanga di emendamenti sotto cui le opposizioni parlamentari volevano seppellire le norme sul contrasto dell’antisemitismo per capire che cosa davvero motivasse quell’avversione. Non c’entrava niente la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero che quelle norme avrebbero conculcato. Non c’entrava niente il “diritto di critica” che quella legge avrebbe compresso. Non c’entrava niente (qualcuno è arrivato a dire anche questo) il diritto di “manifestare per la pace” che il Senato, licenziando il disegno di legge, avrebbe inteso aggredire.

A determinare le contrarietà delle opposizioni c’era solo il dispetto davanti alla prospettiva che non fosse più tanto facile mettere il titolo critica a Israele sui casi dei professori ebrei cacciati dalle università, sugli slogan inneggianti all’Intifada, cioè all’assassinio di massa degli ebrei, sulle orde di teppisti che attendono i turisti israeliani negli aeroporti e li molestano al grido di “assassini” e “fuck Israel”, sui fischi agli atleti israeliani, sui cori “fuori i sionisti da Roma” a due passi dal Ghetto ebraico. Questa mareggiata antisemita pretende di assolversi trovando protezione nell’invaso legittimante della “critica a Israele”. E il succo dell’opposizione a quel disegno di legge, peraltro notevolmente depotenziato rispetto al testo originario, era tutto qui: evitare che l’antisemitismo potesse essere chiamato col proprio nome.

Per questo si reclamava che la legge fosse ispirata a una vaga declamazione contro “l’odio” e contro le discriminazioni verso chiunque (come se non esistessero le leggi che già lo fanno, e poi che noia questi ebrei che si sentono le uniche vittime). Per questo si seminava il testo di emendamenti che alludevano ai tratti “fascisti” dell’antisemitismo condannabile (vedi mai che esistano manifestazioni antisemite che non vengono da capannelli di teste rasate). Per questo, soprattutto, le opposizioni si affannavano nel tentativo di evitare che il disegno di legge facesse propria la definizione di antisemitismo più diffusamente adottata, vale a dire quella di IHRA – International Holocaust Remembrace Alliance (la quale, varrà la pena di ricordarlo, precisa che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”).

La definizione di IHRA ha degli “indicatori”, e basta leggerli per comprendere come pestino la coda dell’antisemita in cerca d’immunità. Vedi, tanto per citarne uno, quello secondo cui può essere considerato indice di antisemitismoNegare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”. C’è da stupirsi che non piaccia a quelli che quotidianamente denunciano il razzismo del “progetto sionista”? Un altro: “Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”. C’è da stupirsi che non piaccia a chi richiede agli ebrei in quanto tali di “prendere le distanze da Israele”, perché altrimenti si fanno complici del “genocidio”? C’è un motivo per cui quella definizione di antisemitismo andava di traverso a tanti che ne avversavano l’adozione: perché vi si riconoscevano.