Dopo il successo della splendida serie di Stefano Sollima, la pista sarda del Mostro di Firenze sta vivendo un revival nei media e nella rete. Per comprendere però la storia e le evoluzioni di questa tesi non si può non leggere “Il mostro di Firenze. La verità nascosta” (Mursia) di Pino Rinaldi, giornalista, autore conduttore (da ultimo di Ignoto X su La 7) che insieme a Nunziato Torrisi, (che guidò i carabinieri in quella indagine), regala al lettore una panoramica completa su uno dei più emblematici e misteriosi cold case italiani.

Perché dopo quarant’anni si parla ancora dei delitti del Mostro?
«Perché non è finita. Perché l’autore di quegli omicidi è libero. O è morto. Ma di sicuro non è stato condannato. Nel libro, oltre a ricostruire le dinamiche e gli ambienti che hanno accompagnato questo caso, abbiamo mostrato, infatti, che il killer non è uno dei cosiddetti compagni di merende, ma che il vero colpevole, andava cercato nella pista sarda».

Un’ipotesi che lei e Nunziato Torrisi affrontate nel testo…
«Si Torrisi era il padre di quella pista, la più concreta, la più negata. Secondo il Rapporto Torrisi, da lui realizzato, i delitti del Mostro di Firenze nascono nell’ambiente che è al centro del primo delitto del 1968: quello degli immigrati sardi. L’autore dei delitti è sempre stato lo stesso ed ha cercato di replicare in tutti gli omicidi la stessa macabra dinamica che ha caratterizzato il primo delitto. Un metodo che affonda le sue radici in un delitto collaterale poco considerato: quello del 1960; in cui fu uccisa Barbarina Steri, la moglie di Salvatore Vinci. E proprio quest’ultimo è, secondo questa il Rapporto, il principale indiziato come il vero Mostro di Firenze».

Cosa c’era nel famoso “rapporto Torrisi”?
«C’è la testimonianza di anni di indagini. Si mostra come il paradigma di ogni delitto del Mostro (salvo di fronte alla necessità di scagionare qualche inquisito) affonda le sue radici nell’abbandono, nel tradimento, nella perdita di una figura femminile che ne possa stabilizzare gli eccessi e surrogare i desideri. Il rapporto ricostruisce la genealogia dei delitti mostrando dinamiche, alibi e spunti successivamente trascurati. Si tratta di un lavoro enorme. Ma non è mai arrivato a compimento. È stato messo da parte. Da lì in poi si è deciso di guardare altrove».

Lei ha seguito anche altri casi: Garlasco, Arce. Tutti pieni di buchi.
«Esatto. In Italia si sono fatte purtroppo molte indagini mosse da suggestioni arbitrarie che però non hanno dato esiti concreti. Si parte, spesso, da un’idea e si lavora su un caso solo per confermarla. Trascurando il resto e spesso l’essenziale. È il contrario di come dovrebbe funzionare la giustizia».

Cosa manca?
«Servirebbe più scientificità dell’approccio che non vuole dire il primato dell’aspetto tecnico scientifico, ma maggiore aderenza ai fatti e più metodo. Le indagini devono essere serie, documentate, oggettive. Non può bastare il fiuto del commissario o l’intuizione del magistrato. Bisogna lavorare su tutti gli elementi e su tutte le piste concrete a disposizione e seguirli con oggettività».

Non basta quindi solo la fantasia degli inquirenti
«Sì. Perché se ci si affida ad elementi arbitrari o suggestivi molto spesso a pagarne le spese sono proprio gli innocenti. A Garlasco si è seguito un solo binario, quello di Stasi. E il risultato è quello che vediamo oggi. Non è garantismo o giustizialismo chiedere di fare le cose meglio e guardare a tutte le opzioni in gioco. È solo buon senso».

Oggi si dice che il giornalismo d’inchiesta è diventato un contropotere. È d’accordo?
«No. Il giornalismo non è un contropotere, è un pungolo. Serve a ricordare che le domande contano più delle certezze. Quando un giornalista chiede, ad esempio, “perché non avete preso i tabulati di Marco Poggi per verificare le chiamate di Sempio?”, non fa opposizione o fiction: fa il suo mestiere».

Francesco Subiaco

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