Denis Bergamini, un mistero lungo 36 anni: cosa successe la notte di Roseto Capo Spulico

Foto su gentile concessione dalla famiglia Bergamini

Martedì 18 novembre è stato il 36º anniversario della tragica morte di Donato “Denis” Bergamini, il calciatore del Cosenza trovato senza vita lungo la Statale 106, in Calabria. A distanza di quasi quattro decenni, e mentre si sta celebrando il processo d’appello nei confronti dell’ex fidanzata Isabella Internò, condannata in primo grado a 16 anni per concorso in omicidio volontario pluriaggravato, la vicenda continua a rappresentare uno dei più complessi e dolorosi casi della storia sportiva e giudiziaria italiana. In questi giorni, la requisitoria del pubblico ministero Luca Primicerio ha riportato al centro dell’attenzione nazionale nuovi passaggi scientifici e logici che, secondo l’accusa, smentirebbero radicalmente la tesi iniziale del suicidio, rimasta per anni l’unica verità processuale.

Durante il suo intervento, il pm ha ricostruito l’intera vicenda a partire dalla versione fornita dalla Internò, secondo la quale Bergamini si sarebbe lanciato volontariamente sotto un camion “con un tuffo simile a quello in piscina”. Una versione che, secondo la Procura, non regge alla prova scientifica, né logica, né dinamica. Tra i punti cardine evidenziati nella requisitoria ci sono molti passaggi. Le prime analisi autoptiche del 1990, pur condotte in condizioni difficili, non rilevarono traumi compatibili con un investimento attivo o con un salto in corsa. Le perizie medico-legali del 2013 evidenziarono invece che le lesioni al bacino non erano vitali, e quindi potevano essere state prodotte post mortem. La riesumazione del 2017 poi con ben 101 prelievi effettuati, dimostrò un quadro polmonare compatibile con asfissia meccanica violenta precedente al contatto col camion. L’analisi del RIS sulla scena dei fatti ritenne incompatibile la distanza e la posizione dell’auto rispetto al punto in cui fu ritrovato il corpo, rendendo impossibile la dinamica del presunto salto. Per finire nessuna ammaccatura fu rilevata sul camion, elemento ritenuto significativo dagli esperti.

La storia processuale poi è stata lunga e travagliata iniziata nel 1989 con la classificazione come suicidio. Solo dopo qualche anno ci furono nuove indagini e la richiesta di archiviazione fortemente contestata dalla famiglia di Denis. Nei primi anni 2000 ci fu una crescente pressione mediatica e civile che portò alla raccolte di firma e battaglie pubbliche anche grazie al support dei tifosi rossoblù. Ma è solo nel 2013 che alcune perizie medico legali aprirono dubbi sul suicidio. La riesumazione del corpo di Denis nel 2017 permise di ottenere degli esiti ampiamenti compatibili con una morte dovuta a una asfissia meccanica e volontaria. Così nel 2021 si è dato vita al processo di primo grado per la morte di Bergamini, sul banco degli imputati proprio l’ex fidanzata Isabella Ineternò. La sentenza di primo grado vide la condanna della Internò a 16 anni. L’anno scorso l’inizio del processo d’appello con la nuova requisitoria dei pm che scientificamente attraverso nuovi approfondimenti hanno provato a smontare la testimonianza dell’imputata.

Nato ad Argenta nel 1962, Bergamini era arrivato al Cosenza giovanissimo, diventandone presto simbolo, motore e identità. Centrocampista moderno, dinamico e disciplinato, con un contratto importante firmato da pochi mesi, viveva un momento di piena maturità calcistica e personale, tanto da essere indicato come possibile elemento da Serie A. Per la città e la tifoseria rossoblù Bergamini non è soltanto una vittima, ma un patrimonio affettivo, morale e identitario: il suo ricordo vive nelle maglie, nei murales, negli striscioni, nei cori, negli stadi italiani, nel numero 8 custodito come un simbolo. In oltre trent’anni, Cosenza non ha mai smesso di chiedere verità e giustizia. Il caso Bergamini rappresenta, a livello giudiziario e culturale, uno spartiacque metodologico. Le perizie più recenti hanno introdotto tecniche non disponibili all’epoca, tra cui l’utilizzo dei marcatori cellulari e le analisi immunoistochimiche (la glicoforina), anche dalla riesumazione c’è stata una acquisizione radiologica avanzata. Sono stati anche revisionati i vetrini originari così come c’è stata una rilettura comparativa delle lesioni vitali.

L’inchiesta ha dimostrato come anche un fascicolo archiviato come suicidio possa cambiare radicalmente volto grazie alla medicina legale moderna, confermando così l’importanza della filiera della prova, anche a distanza di decenni. Questa vicenda rimane profondamente segnata dal dolore della famiglia, che non ha mai smesso di lottare, dalla lunga ombra di omertà e di tutte discordanze testimoniali e dalle narrazioni contrastanti e dalla vulnerabilità della verità processuale. Se confermate, le ipotesi della Procura darebbero ulteriore voce alle battaglie dei familiari e delle comunità sportive che, per anni, si sono opposte all’idea del suicidio invocando coerenza, rispetto e giustizia storica. A 36 anni dalla morte di Denis Bergamini, non si cerca più un titolo di giornale, ma una verità che sia finalmente chiara, completa, definitiva e dignitosa. Perché alcune ferite non chiedono vendetta, chiedono verità. E la verità, quando arriva, non invecchia mai.