Inutile alimentare illusioni. I problemi di Gaza e del Medio Oriente sono tutti apertissimi, dal futuro incerto. Dal vivo, qui in Israele, li tocchi con mano senza sconti: il buono è che li liberi dal fumo tossico del racconto che domina sui media occidentali. Proverò a parlarne ai lettori del Riformista nei prossimi giorni, quando si concluderà il tour cui ho partecipato insieme a parlamentari e funzionari (Bartolomeo Amidei, Matteo Angioli, Matteo Gelmetti, Luigi Marattin, Elena Testor) organizzato da ELNET (European Leadership Network), un’organizzazione diretta da Roberta Anati con rara competenza ed efficacia.

Ma se il mondo potesse guardare dentro il grande hangar industriale riadattato che abbiamo visitato ieri mattina, forse potrebbe nutrire un filo di speranza. È il quartier generale del CMCC (Civil-Military Coordination Center), il coordinamento internazionale che ha una duplice missione: politica (supervisionare il rispetto del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza) e operativa (coordinare in tempo reale la sicurezza militare con la logistica civile, per garantire l’ingresso degli aiuti umanitari e gestire le prime fasi della ricostruzione, dalla bonifica al ripristino dei servizi). È una sorta di “sala macchine” insediata a Kiryat Gat, nell’entroterra israeliano a venti chilometri dalla Striscia, in una posizione strategica: abbastanza vicina per sentire l’urgenza del fronte, abbastanza arretrata per ospitare in sicurezza il cervello logistico dell’operazione. Qui sta accadendo qualcosa che fuori nessuno racconta. Non è la guerra, e non è nemmeno solo la pace. È la costruzione del domani, che si progetta in un clima di cooperazione: respirando una sensazione fisica positiva, quasi elettrica. Ufficiali americani, militari italiani, funzionari dell’ONU, del WFP e di varie ONG, rappresentanti di oltre venti nazioni diverse lavorano gomito a gomito. Non ci sono le rigidità dei vertici diplomatici in cravatta, ma le maniche rimboccate di chi sta provando a rimettere in piedi un mondo crollato. È un’esperienza umana, prima ancora che politica, vedere come tutti convergono su un unico obiettivo pratico: far arrivare un sacco di farina a destinazione, riaccendere l’acqua, disegnare la polizia di domani. Se l’opinione pubblica vedesse questa “sinfonia logistica”, capirebbe che la svolta non è solo teoricamente possibile. Quantomeno c’è un cantiere aperto.

La giornata del CMCC comincia alle 9.00 in punto con il Morning Briefing, una riunione di trenta minuti che setta il tono delle operazioni. E il primo dato che viene discusso non è geopolitico, ma meteorologico. Gli ufficiali fanno il punto. Ieri una giornata di sole ha permesso un flusso logistico ottimale e “molto lavoro fatto”. Oggi, invece, il quadro potrebbe essere un po’ diverso. La pioggia che cade fin dal mattino sta complicando le operazioni a terra, rendendo il terreno pesante per i camion, e soprattutto per la gente che vive nelle tende. Eccolo il primo bagno di realtà, che si presenta insieme al primo caffè.

IL MURO DIGITALE: GAZA IN TEMPO REALE

Al centro del capannone c’è una parete intera ricoperta di schermi giganti. È il “Grande Fratello” della logistica umanitaria. Davanti a una mappa satellitare ad alta risoluzione proiettata sul videowall, scorre la cromatografia che oggi decide la vita a Gaza. La Striscia è divisa chirurgicamente in tre colori. Ci sono le zone rosse, aree ancora “calde” o contaminate da troppi ordigni inesplosi per permettere il transito. Ci sono le zone verdi, i corridoi che i team hanno bonificato metro per metro: sono le arterie dove la logistica umanitaria può scorrere e dove una parvenza di normalità cerca faticosamente di mettere radici. Ma l’attenzione di tutti è sulla lunga striscia gialla che corre tra le due aree. È la Humanitarian Zone (l’area di Al-Mawasi ed espansioni). Lì, in quella lingua di sabbia, sono oggi concentrati gli sfollati. Quella macchia gialla non è solo un perimetro di sicurezza, è una megalopoli di tende che il CMCC deve trasformare in una “comunità pianificata”, portando fogne, acqua ed elettricità dove oggi c’è solo sovraffollamento. È in quel giallo che si decide se il sistema regge o collassa. A fianco della mappa i feed della CNN e i social media scorrono in tempo reale; anche qui la guerra si combatte tanto sul terreno quanto sulla percezione globale. Davanti a questo muro di luce, ufficiali in mimetica americana Multicam discutono con colleghi israeliani e funzionari civili in giacca e cravatta. È qui, sotto la luce fredda dei neon industriali, che si decide se un convoglio di farina può passare o se un acquedotto può essere riparato. Qui si prendono le decisioni cruciali.

LA VOCE DEL WFP: LA BATTAGLIA SULLA DIETA

Una funzionaria italiana del WFP (World Food Programme) è la donna che monitora cosa mangia Gaza. Ci spiega che la situazione è nettamente migliorata rispetto alla “carestia” registrata ad agosto. Magari anche in ragione del suo commitment (niente di strano, è anche così che si lavora per comporre visioni e interessi diversi) usa il termine “carestia”, ampiamente discusso e contestato. Dice che “fino a metà ottobre la dieta della popolazione era composta all’80% da pane e farina”. Oggi la sfida non riguarda le calorie, ma la diversità nutrizionale: mancano proteine, latticini, verdure fresche. La nota positiva che sottolinea è la riattivazione del private sector: non entrano più solo i camion delle agenzie ONU, ma stanno ricominciando a muoversi i commercianti privati. È il segnale che il tessuto economico sta provando a respirare, nonostante tutto.

INTELLIGENZA E FINANZA: LA “MONEY SLIDE”

Più in là, l’intelligence ci spiega come si sta fattivamente decapitando l’attività finanziaria di Hamas, e rivendica risultati importanti. Ci viene mostrato un grafico stampato che gira tra gli analisti, la cosiddetta “Money Slide”. I dati sono inequivocabili. Ad agosto 2025, prima del cessate il fuoco, Hamas incassava circa 25 milioni di dollari al mese, tassando le merci e manipolando il mercato nero. A dicembre 2025, il crollo: le entrate sono scese a 6,6 milioni. Inondando la Striscia di aiuti umanitari gratuiti e aprendo canali commerciali protetti, la coalizione ha tolto a Hamas la possibilità di fare la cresta sui prezzi. Il risultato è che i terroristi sono in bancarotta e non riescono più a pagare i loro 20mila funzionari civili. Dato che è noto che i miliziani non vengono reclutati per ideologia, ma per fame o coercizione: “Join or Jail”, o ti arruoli o ti arrestiamo (e non mangi).

L’UFFICIALE AMERICANA: LA BONIFICA

Poi c’è l’aspetto più ingegneristico della ricostruzione. A parlarne è un’ufficiale americana, responsabile della Debris & UXO Removal (rimozione macerie e ordigni inesplosi). Davanti a una mappa satellitare ad alta risoluzione proiettata sul videowall, ci indica le “zone verdi”. Non sono parchi, ma aree che i suoi team hanno bonificato metro per metro. Ci spiega che prima di far rientrare i civili o ricostruire una casa, bisogna pulire il terreno da tonnellate di macerie e mine inesplose. Smonta anche un mito: “Non usiamo i satelliti per questo, sono troppo lenti”. La sorveglianza è affidata all’ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance), ovvero droni che forniscono immagini in tempo reale per distinguere un cumulo di sassi da una trappola esplosiva.

IL MILITARE ITALIANO: I “WHITE PAPERS” E LA GOVERNANCE

La componente militare italiana (Carabinieri/CIMIC), c’è, e non in maniera marginale. Un ufficiale ci svela il ruolo “intellettuale” del nostro Paese nell’operazione. Mentre altri si occupano di logistica pesante, l’Italia ha lavorato sulla governance. Sono stati redatti sei dossier, i “White Papers”: cinque sulla gestione civile (polizia, amministrazione) e uno su acqua ed energia. Qui la strategia è diversa: i documenti sono stati scritti volutamente in “bassa risoluzione”, in sostanza su una lavagna con un pennarello, in quanto sono concetti aperti, non prescrittivi, mutevoli. “Non dobbiamo imporre una visione”, spiega l’ufficiale, “ma dare loro gli strumenti affinché sentano il piano come proprio”. È il concetto di local ownership. L’Italia fornisce la scatola degli attrezzi per il futuro stato, anche se resta ferma la direttiva da Roma: il nostro impegno è umanitario e di formazione, niente boots on the ground per funzioni di polizia attiva al momento.

IL PUNTO DI VISTA DELL’IDF: SICUREZZA E SACCHEGGI

La mattinata si chiude con l’analisi dell’ufficiale dell’IDF (Israel Defense Forces), che riporta tutto al tema della sicurezza. Conferma il crollo finanziario di Hamas visto nei grafici, ma mette in guardia sulla volatilità del terreno. Ci parla delle “GPS Traps”: sanno esattamente quando un camion si ferma dove non dovrebbe, segnale inequivocabile di un tentativo di saccheggio o dirottamento. L’ufficiale israeliano sottolinea anche la complessità del confine con l’Egitto e il gioco ambiguo del Cairo, che collabora tecnicamente (il porto di Al Arish, i campi) ma crea colli di bottiglia politici. La sua chiusura è pragmatica: la struttura logistica del CMCC funziona ed è impressionante, ma la sicurezza dei convogli resta una sfida quotidiana, dove la tecnologia aiuta ma non risolve l’incognita umana dei saccheggiatori e delle gang locali che hanno riempito il vuoto di potere lasciato da Hamas.

Uscendo da questa sala, mi resta addosso la sensazione di aver intravisto il futuro. Certo, ci sono ostacoli burocratici enormi, diversi soggetti giocano le loro carte con ambiguità, la “Force Generation” internazionale è lenta. Ma la macchina è partita. Vedere venti e più bandiere diverse lavorare su un unico piano di distribuzione alimentare o su come riattivare un acquedotto è un’esperienza potente. Se il mondo sapesse che dietro il fumo delle esplosioni c’è questa “fabbrica della ricostruzione” che lavora 24 ore su 24, capirebbe che Gaza non è abbandonata al suo destino. C’è una comunità globale che sta già vivendo nel “giorno dopo”. E questa è una cosa molto bella.