L'€conomista
Difesa europea e industria, superare le divisioni interne e i ritardi tecnologici per riuscire a competere
Frammentazione industriale, ritardi tecnologici e nodi normativi. L’Europa deve costruire una strategia comune per restare tra le potenze estendendo i fondi comuni anche a fini di sviluppo e produzione
Per una volta tanto – non fosse altro che per buon augurio – una questione di interesse nazionale quale la sovranità tecnologica andrebbe affrontata con un approccio europeo, se sono genuine le dichiarazioni di intenti di tutti – nessuno escluso – volte a edificare un’identità comune nel settore della Difesa e della Sicurezza. E quindi dell’industria del settore. Un settore -va detto subito- che nel percorso costituente sarà uno dei più ostici da regolare, da armonizzare, da mettere a sistema. Più che costruire la fondamenta di una struttura, e su di esse un nuovo edificio, la scena va liberata dalle macerie di una interlocuzione aspra, astiosa e a volte sleale tra mondi industriali insensibili ai richiami di una strategia comune.
L’ultimo capolavoro, l’ultimo esempio della strada che va definitivamente abbandonata, la competizione per il caccia di sesta generazione. Ancora una volta la Francia si è incamminata in un’iniziativa propria, cercando compagni di viaggio e non trovando che la Germania, in un primo tempo illusa di sottoscrivere una partnership con l’alleato di sempre e poi messa di fronte alla prevedibile realtà di dover sottostare ad un poco edificante vassallaggio nei confronti degli amici francesi. Così la supposta joint venture è ora in coma e vi è da sperare che questa sia l’ultima brutta prova che l’industria dell’aerospazio dà di sé nel contesto europeo. In un mondo ideale, invece, e nella sua auspicata declinazione europea negli anni a venire, con l’aiuto dei governi nazionali e del Consiglio Europeo, l’industria della Difesa dovrebbe remare all’unisono verso l’acquisizione di taluni obiettivi fondamentali, riassumibili concettualmente innanzitutto nel livello tecnologico da raggiungere e mantenere. Il ritorno della competizione tra grandi potenze e il livello di ambizione difensiva europea impongono di collocarsi nella fascia di tecnologica più alta tanto in termini di nuovi domini, spazio e cyber, quanto di prestazioni.
Fondamentale nel raggiungimento di questo e altri obiettivi, la possibilità di accedere a fondi comuni, la possibilità che gli stanziamenti istituiti con lo EDF (European Defence Fund), disposti per finanziare le attività di ricerca, siano estesi alle attività di sviluppo e produzione, e che la possibilità di accedervi sia concessa solamente a chi rispetti specifici criteri comunitari. Sarà allora finalmente chiaro come la collaborazione industriale sia uno strumento di straordinario valore politico in quanto costruttore di relazioni tra Stati. Spesso da un progetto industriale comune scaturiscono sinergie nei settori addestrativi, operativi, tecnici, oltre che procedure uniformi e standard rigorosamente allineati.
In secondo luogo, per una realtà nuova che nasce, è lecito sperare in un nuovo e più corretto rapporto tra fornitore e cliente, tra mondo militare e mondo industriale. Fino ad ora, frequentemente, le forze armate si sono dovute dotare di sistemi che le società avevano autonomamente concepito e prodotto. Ora la logica deve essere rigorosamente invertita, l’industria deve produrre ciò di cui c’è veramente bisogno e le indicazioni debbono scaturire dalla dottrina messa a punto ed aggiornata da chi ha la responsabilità della difesa e della sicurezza dello Stato. Un’industria quindi che produca ciò che veramente serve e collocata ai più avanzati livelli di sviluppo tecnologico, cui però andrebbero conferite altre qualità, quali ad esempio la capacità di aprirsi alle collaborazioni -in special modo con gli Stati Uniti- e che al contempo resti proprietaria dei suoi prodotti, che non si frammenti in galassie di piccole e grandi realtà, ma che tuttavia non si avventuri verso regimi di monopolio, che sia anche resiliente a condizioni di perdurante impegno quali quelle sotto gli occhi di tutti negli scenari contemporanei.
Infine una questione non da poco, in considerazione di una presumibile dilatazione delle attività di esportazione dei materiali della difesa e della necessità di allineare le norme europee del settore. La nostra legge, la 185/90, è obsoleta da tempo, da molto prima che il mondo si avventurasse in controversie sanguinose e incontrollabili. Già anni fa sarebbe stato arduo reperire un solo Paese che rispettasse i diritti umani, -tale è il requisito irrinunciabile fissato dalla 185- soprattutto se la valutazione di questa qualità fosse stata lasciata nelle mani dell’oltranzismo pacifista nostrano. Una regolazione europea dunque, oltre che necessaria a fluidificare le attività di esportazione, risulterà particolarmente proficua per far uscire il nostro Paese dalle secche in cui il fondamentalismo di certe correnti di pensiero vorrebbe continuare a relegarlo.
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