C’è un’immagine che sta cambiando radicalmente il modo in cui dovremmo guardare tutto quello che ci circonda: l’impronta di un sigillo sulla cera. Per i filosofi, quell’impronta era l’ectipo, una copia che non è l’originale ma ne ricalca perfettamente la forma. Luciano Floridi, nel suo saggio La Differenza Fondamentale, usa proprio questo concetto per spiegarci che l’Intelligenza Artificiale non è un creatore, ma il sigillo definitivo. Non crea nulla dal nulla; lei preme l’intera conoscenza umana, fatta di testi, immagini, codici, sulla cera della nostra realtà, lasciando un segno che sembra nuovo, ma è solo una ricombinazione statistica di ciò che già esiste. Siamo passati dall’epoca della riproducibilità tecnica di Walter Benjamin, dove temevamo la perdita dell’”aura” dell’opera d’arte, a quella della generatività tecnica.

Stiamo perdendo il concetto di origine

Qui il problema è più profondo: non stiamo solo perdendo l’originale, stiamo perdendo il concetto stesso di origine. Floridi ci offre due esempi folgoranti. Il primo è il caso “Next Rembrandt”: un ritratto che sembra uscito dalla mano del maestro olandese, ma è nato da un database. Un algoritmo ha analizzato 346 opere, ha calcolato la “media statistica” del suo stile e una stampante 3D lo ha materializzato con 13 strati di inchiostro per simularne la materia. Non è un falso, perché non mente sulla sua genesi, ma non è una copia, perché l’originale non è mai esistito. È un ectipo: stile autentico, fonte inesistente. Il secondo è il discorso che John F. Kennedy non pronunciò mai a Dallas nel 1963. Nel 2018, un’IA ha usato la sua voce per leggerlo. Qui l’archetipo (il testo) è vero, ma l’esecuzione è un ectipo radicalmente inautentico. È il compimento della “Morte dell’Autore” di Roland Barthes: l’IA come assemblatore statistico di codici preesistenti.

Un concetto che invade il quotidiano

Ma questo scollamento tra realtà e rappresentazione non riguarda solo i musei; sta invadendo il nostro quotidiano sotto forma di un’invasione silenziosa di miliardi di “Stagisti Digitali”. Sono brillanti, instancabili, parlano ogni lingua e costano quasi nulla. Hanno però un difetto fatale: hanno letto tutto, ma non hanno vissuto niente. Non hanno esperienza di vita reale. Se, come stima Dario Amodei, metà dei lavori entry-level verrà cancellata nei prossimi cinque anni, il vero problema non è solo la disoccupazione, ma la fine dell’apprendimento. Per diventare maestri bisogna passare dalla fase di novizio, imparando dagli errori, secondo il modello di Dreyfus. Se deleghiamo la “gavetta” agli stagisti digitali, stiamo segando il gradino più basso della scala su cui siamo saliti. Sacrifichiamo la conoscenza tacita di Michael Polanyi, quel sapere che risiede nel saper fare e che non sappiamo spiegare a parole, per la comodità di un risultato immediato. Perdendo la pratica, perdiamo la capacità di giudizio e la comprensione del contesto.

La tirannia del bias

Senza questa capacità, l’IA smette di essere uno strumento e diventa uno specchio deformante dei nostri peccati. Trattiamo gli algoritmi come oracoli, ma sono solo calderoni dei nostri pregiudizi passati. È la tirannia del bias: accettare una statistica viziata, come una verità divina perché “l’ha detto la macchina”. Ed è qui che dobbiamo operare una distinzione fondamentale nei termini della conoscenza, per non soccombere. Da un lato c’è la Téchne: il saper fare, la tecnica, l’abilità artigianale in cui l’IA è ormai insuperabile. Dall’altro c’è la Phrónesis: la saggezza pratica, la prudenza, la capacità di giudicare cosa è giusto e opportuno fare in un determinato momento.

La fatica è l’unica cosa che ci separa dalla macchina

Il pericolo mortale non è che l’IA diventi “cattiva” come nei film di fantascienza, ma che noi, ipnotizzati dalla sua Téchne apparentemente infinita, abdichiamo alla nostra Phrónesis. Che accettiamo un calcolo come un destino. L’uso della AI non come sfida per programmatori, ma come atto di agenzia umana. È la necessità di imporre la nostra saggezza sulla potenza del calcolo. Se non capiamo come i dati producono certi risultati, non saremo più i guidatori, ma passeggeri ciechi su un’auto in corsa. L’intelligenza, senza la saggezza, è solo un modo più rapido per commettere errori catastrofici. Il futuro non apparterrà a chi possiede l’algoritmo più potente, ma a chi avrà la mente abbastanza lucida per guidarlo senza diventarne l’ectipo: una copia sbiadita, priva di volontà e di giudizio. Non cercando l’automazione che ci liberi dalla fatica di pensare, perché quella fatica è l’unica cosa che ci separa dalla macchina.

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Professore a contratto (in Corporate Reputation, in CyberSecurity e in Data Driven Strategies) è Imprenditore, ha fondato The Fool, la società italiana leader di Customer Insight, co-fondato The Magician un Atelier di Advocacy e Gestione della Crisi, ed è Partner e co-fondatore dello Studio Legale 42 Law Firm. È Presidente di PermessoNegato APS, l'Associazione no-profit che si occupa del supporto alle vittime di Pornografia Non-Consensuale (Revenge Porn) e co-fondatore del Centro Hermes per la Trasparenza e i Diritti Digitali. È stato Future Leader IVLP del Dipartimento di Stato USA sotto Amministrazione Obama nel programma “Combating Cybercrime”, conferenziere, da anni presenta "Ciao Internet!" una seguita video-rubrica in cui parla degli Algoritmi e delle Regole che governano Rete, Macchine e Umani. Padrone di un bassotto che si chiama Bit, continua a non saper suonare il pianoforte, a essere ostinatamente Nerd e irresponsabilmente idealista.