Il generale, in politica, ha confuso il rumore con il consenso
Salvini-Vannacci, divorzio all’italiana tra complotti, nemici immaginari e ignoranza-bandiera: la Lega perde l’uomo forte da consumare, l’Italia non perde niente
Il generale Vannacci lascia la Lega. Una notizia che non scuote il Paese, non ferma il traffico, non interrompe le partite di calcetto del giovedì sera. Scivola via con la leggerezza delle cose previste. Come la pioggia a novembre. Come le promesse elettorali a febbraio. Era un matrimonio annunciato, quello tra il generale e il partito. Sembrava un’unione scritta nel dna politico nazionale, una di quelle alchimie che fanno dire “si sono trovati”. Valori condivisi, linguaggio comune, slogan gridati, nemici immaginari, complotti a km zero e la capacità di trasformare la complessità in una battuta da bar.
L’ignoranza non come limite, ma come bandiera. Sventolata con orgoglio. E invece no. Fine dell’amore. Come in tutte le separazioni mal riuscite, arrivano le frasi di circostanza. “Non sono indispensabile”, dice lui. Che è vero, ma detto così sembra quasi una scoperta recente. “Non farebbe mai un regalo alla sinistra”, rispondono loro. Che tradotto significa: se perdiamo, almeno che sia colpa di qualcun altro. Il problema non è la rottura, è che questo rapporto ha prodotto danni misurabili. In Toscana, regione notoriamente ostile alla Lega come un gatto all’acqua, sotto la guida politica del generale il partito è riuscito nell’impresa titanica di passare da 9 consiglieri regionali a 1. Un capolavoro di strategia inversa. Percentuale finale: 4%. Un risultato che, più che una sconfitta, è un’installazione artistica concettuale. Si poteva intitolare “Declino con uniforme”.
Eppure, per mesi, Vannacci è stato presentato come l’uomo forte, quello che “dice le cose come stanno”. Peccato che le “cose come stanno” fossero spesso sciocchezze. Un’ossessione costante per i corpi altrui, per i genitali, per ciò che non rientra in una visione del mondo ferma a quando il mondo era in bianco e nero e l’autorità non si discuteva ma si temeva. Il generale, in politica, ha confuso il rumore con il consenso. Ha scambiato i like per i voti, le polemiche per le idee, l’indignazione per il progetto. E la Lega ha pensato che bastasse alzare il volume per coprire il vuoto. Ora il sipario cala. Senza applausi. La Lega perde un generale, Vannacci perde un partito, l’Italia perde niente. Anzi, forse guadagna un po’ di silenzio. Che, di questi tempi, è già qualcosa.
Resta la sensazione di aver assistito all’ennesimo esperimento fallito di una politica che continua a cercare scorciatoie emotive invece di strade lunghe e faticose. Una politica che si stupisce se, alla fine, resta sola. Il generale tornerà a dire ciò che pensa a chi vuole ascoltarlo. La Lega continuerà a cercare il prossimo uomo forte da consumare. E il Paese andrà avanti senza loro, indifferente.
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