Donald Trump, l’unico vero alleato di Israele

DONALD TRUMP PRESIDENTE USA, BENJAMIN NETANYAHU PRIMO MINISTRO ISRAELE

Bisognerebbe esaminare con più attenzione e, soprattutto, con più serenità di giudizio cioè che è successo da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca sino a oggi, con l’attacco al regime iraniano. L’idea che si sia trattato di un percorso intrapreso un po’ a casaccio dal nuovo presidente degli Stati Uniti, uno spaccamontagne che procedeva a suon di minacce e fanfaronate fregandosene di tutti, andrebbe rivista alla luce dei fatti puri e semplici.

Trump ha ottenuto – anche imponendola a Israele, cui la soluzione non piaceva per tanti motivi – la liberazione degli ostaggi. Ha garantito a Israele di rimanere nella Striscia, mentre per il resto del mondo pareva che l’unica soluzione della crisi potesse risiedere in un indiscriminato ritiro israeliano. Ha ottenuto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che per la prima volta ribaltava l’impianto del romanzo tradizionale e indicava nella radicalizzazione di Gaza un problema non per Israele, ma per la regione e per gli Stati circostanti. Ha forzato le cose? Sì, facendo mettere giù uno statuto del “Board of Peace” effettivamente gravitato su di lui: ma quelli che hanno preso a criticarlo non avevano le carte in regola, perché per mesi e mesi erano rimasti inerti senza proporre nulla di concreto affinché fosse messa in esecuzione la risoluzione che pure avevano sottoscritto.

L’attacco al regime iraniano, a sua volta, ha contribuito a rendere evidente che il problema non era l’intraprendenza di un presidente con il capriccio della soluzione spiccia: era una situazione di pericolo e di insicurezza lasciata correre per troppo tempo. E finiva che, con Israele e gli Stati Uniti alleati nel condurre l’attacco, a insorgere contro l’Iran che bombardava mezzo Medio Oriente erano parecchi Stati arabi e africani, molti dei quali tradizionali nemici dello Stato ebraico. Un risultato che solo un osservatore superficiale o in malafede considererebbe da poco. Perché nel giro di pochi giorni l’Iran è passato da una posizione di influenza sul Medio Oriente a quella, decisamente diversa, di un indesiderabile che tutt’al più può lanciare missili indiscriminatamente. Un bandito da contrastare, non un interlocutore da tenere buono.
Nel frattempo Trump e Israele hanno ottenuto un importante risultato anche sul fronte euro-occidentale. Il trio anglo-franco-tedesco, sulle prime, si affrettava a garantire all’Iran di non essere parte delle operazioni: era ripagato nel giro di poche ore, con i bombardamenti iraniani sugli alleati e, direttamente, sulle pertinenze mediorientali di quei tre.

Ora si può dire tutto del percorso che ha portato a questa guerra, che è certamente preoccupante come ogni guerra e che, per dimensioni e implicazioni, presenta indiscutibilmente prospettive di incertezza. Ciò che non si può dire – se non sfidando pericolosamente la realtà – è che si tratti dell’esperimento azzardato e ingiustificato messo in campo da due pazzi. Gaza, radicalizzata in quel modo, era un pericolo per la vita della regione, non soltanto per quella di Israele. Il regime iraniano, libero di agire senza proteste in Occidente mentre macellava in quarantotto ore decine di migliaia di propri cittadini, era e continua a essere un pericolo per il mondo, non per Israele soltanto.
C’è davvero poco da addebitare agli Stati Uniti e a Israele per averlo capito, quando ancora una volta la comunità internazionale si voltava dall’altra parte.