Il progetto Trump
“Egemonia selettiva” Usa: meno interventi globali ma più mirati dove conta (e ora Rubio vede L’Avana)
C’è una nuova parola che avanza nel discorso politico internazionale e che sembra destinata a fare da stella polare dell’attuale politica di potenza degli Stati Uniti: Emisfero. Può riassumersi così, con questo semplice termine geografico, la soluzione di quale sia il vero progetto che Donald Trump ha in testa per l’America.
È semplice quanto il ragionamento di un bambino: l’intero Emisfero occidentale a ovest di Greenwich, che comprende ovviamente le Americhe (e guarda caso anche la Groenlandia), rientra nella sfera d’influenza degli Stati Uniti e, se non lo è ancora, lo deve diventare. Una visione allucinante, forse. Imperialista, certo. Ma per l’Amministrazione Trump non è altro che la chiarificazione estrema del concetto MAGA applicato al resto del mondo: per rendere davvero di nuovo grande l’America occorre allargare i propri confini, e per ottenere tale obiettivo è lecito ogni mezzo.
Altro che una versione pasticciata della dottrina Monroe (ribattezzata subito dottrina «Donroe»), la Casa Bianca punta al dominio globale. Non soltanto prendendo alla lettera il principio cardine della politica estera Usa verso l’America Latina espresso oltre due secoli fa – che prevedeva una netta separazione delle sfere di influenza: l’Europa agli europei, le Americhe sotto l’ombrello statunitense – ma ampliandone a dismisura il suo principio in chiave espansionista, aggiungendovi anche il Medio Oriente all’occorrenza. Che «il giardino di casa degli Stati Uniti» (ancora Monroe) fosse incolto da tempo e trascurato da parte di Washington è cosa nota, ma da qui a forzare il diritto internazionale per prelevare un dittatore e incriminarlo negli Stati Uniti con un blitz militare ce ne passa. Significa che si vuole perseguire un obiettivo geopolitico preciso: in questo caso, spazzare via i concorrenti – Cina, Russia, Iran, su tutti – dal paese che detiene le maggiori riserve al mondo di petrolio.
In un colpo solo, Washington si avvantaggia nel mercato energetico tradizionale e indebolisce l’asse dei Brics (economie emergenti) che stavano cercando di costruire in Sudamerica un’alternativa al dollaro. Non è una novità: a Panama fu deposto Noriega per salvaguardare i trattati sul Canale e lui finì accusato di narcotraffico e riciclaggio. Il Venezuela comunque è solo l’inizio, a detta di Trump stesso. Anzi, l’inizio simbolico di questo nuovo dominio risale invero a quando il presidente ha preteso (e ottenuto) di rinominare il Golfo del Messico come Golfo d’America. Non è un fatto di poco conto. Donald Trump ha rinominato il Golfo il 20 gennaio 2025, lo stesso giorno del suo insediamento per il secondo mandato: firmando l’Executive Order 14172, intitolato Restoring Names That Honor American Greatness («Ripristinare i nomi che onorano la grandezza americana») ha fatto subito capire dove avrebbe puntato il suo secondo mandato. Come ha detto Marco Rubio, «adesso avete la prova che il Presidente fa quello che dice».
Il segretario di Stato lo ha sottolineato durante la conferenza stampa seguita all’operazione per la cattura di Maduro. In quelle sue parole c’è molto del presidente, ma anche del segretario. Anzi, si può affermare che sia proprio lui l’architetto dell’operazione in Venezuela. Rubio considera l’America Latina come la priorità strategica assoluta per la sicurezza degli Stati Uniti. È quello che gli analisti americani definiscono «falco pragmatico». In estrema sintesi, la sua visione va oltre la politica estera assertiva dei neocon, che legittimavano l’uso della forza militare finalizzata alla promozione della democrazia e degli interessi nazionali e che, specialmente durante l’amministrazione Bush, hanno influenzato significativamente il partito Repubblicano.
Con Marco Rubio (che, vale la pena ricordarlo, si è candidato contro Trump alle presidenziali) si è passati al concetto di «egemonia selettiva»: meno interventismo globale indiscriminato, ma interventi estremamente decisi e unilaterali nelle aree ritenute vitali per gli interessi diretti degli Stati Uniti. Quell’area si chiama appunto Emisfero occidentale. E da buon politico americano di origine cubana, Rubio sembra voler puntare ora L’Avana.
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