L'Intervista
Ely Karmon sulla tirannia iraniana: “Non sarà una transizione rapida. Gli Stati Uniti non erano ancora pronti, stanno preparando un’operazione di maggior portata”
Il bilancio delle vittime in Iran è del tutto incerto. Il regime sostiene che siano qualche migliaio. Fonti di diretta provenienza da Teheran parlano di 40mila corpi, contati soltanto nel cimitero della capitale. Ely Karmon, decano dei ricercatori dell’International Institute For Counter-Terrorism, l’Ict di Herzliya, ci aiuta a capire che cosa stia succedendo.
Partiamo dalla repressione e dalla censura. Il regime ha isolato il Paese in tempi rapidi e con estrema efficacia. Come ha fatto?
«Sono abituati a farlo. Ogni due o tre anni, quando si verificano eventi così acuti di ribellione, chiudono internet. Adesso si parla persino della possibilità che lo chiudano definitivamente. Come in Corea del Nord. D’altra parte, ci sono state alcune crepe nell’operazione. Grazie all’intervento di Elon Musk. C’è un tentativo continuo di contrastare queste aperture. Dieci anni fa, Twitter veniva usato perché le autorità non sapevano quanto fosse efficace. Ora penso che ci siano una o due nuove application che l’opposizione ha utilizzato per cercare di superare la chiusura di internet. Ma è chiaro che non è la stessa cosa se riesci a chiudere la maggior parte della rete».
La repressione sta causando un vero e proprio eccidio. D’altra parte, le proteste non si attenuano. L’auspicio di un intervento Usa non si è indebolito?
«In questo momento il problema non è più il numero di persone che protestano. Per quanto siano scoraggiate dall’enorme quantità di potere dispiegato e dal massacro in corso. Penso piuttosto che gli Stati Uniti stiano preparando un’operazione di maggior portata, dopo essere giunti alla conclusione di non essere ancora pronti. È così che si spiega il significativo movimento di forze navali e aeree nella regione.
Almeno una, forse due portaerei, la Lincoln e la Ford, stanno facendo rotta verso il Golfo. Vediamo bombardieri a lungo raggio inviati alle isole Diego Garcia (al centro dell’Oceano indiano, Ndr), visto che alcuni Paesi della regione non accettano l’uso del loro territorio. E poi c’è la questione della difesa delle basi militari statunitensi nella regione e di quelle israeliane. Anche Netanyahu si è convinto che, fino a pochi giorni fa, non vi fosse una preparazione militare adeguata e che sarebbe servita una dilazione entro la fine di questa settimana. Infine, il problema politico».
Ma si può cambiare regime solo con dei raid aerei?
«Il bersaglio ottimale dovrebbe essere la vasta infrastruttura dei Guardiani della Rivoluzione e dei Basij. Questo vuol dire decine di centri di comando e di comunicazione, migliaia di persone, soprattutto ufficiali comandanti di entrambe le organizzazioni. Stiamo parlando di una rete capillare e ben organizzata. Un obiettivo molto importante da neutralizzare».
Lei ha accennato al problema politico. È possibile pensare a uno “scenario venezuelano” qualora gli ayatollah cadessero?
«Di Caracas se ne sta occupando Rubio, che dialoga con Delcy Rodríguez, presidente ad interim dopo la cattura di Maduro. Al tempo stesso, Trump ha incontrato la leader dell’opposizione, María Corina Machado, che gli ha consegnato la medaglia del Nobel per la Pace. Washington dovrà decidere. Dovrà avviarsi un periodo di transizione. Lo stesso vale per l’Iran. Reza Pahlavi è un leader visibile e importante. I suoi sostenitori sono riusciti a violare il sistema televisivo in Iran, facendo trasmettere i suoi messaggi direttamente al popolo iraniano. Lui stesso si è rivolto all’esercito, invitandolo a opporsi al regime e a unirsi alla ribellione, contro il regime e in particolare contro i Guardiani della Rivoluzione».
Sulla base di quali ragioni Reza Pahlavi è convinto di poter far leva sulle forze armate?
«Perché in passato ci sono state opposizioni dall’interno del regime. Voci moderate di politici islamici eletti nel passato, come Mehdi Karroubi e il politico riformista Mir Hossein Mousavi, candidati alle contestate elezioni presidenziali del 2009, truccate a favore del presidente in carica, Mahmoud Ahmadinejad. Entrambi furono posti agli arresti domiciliari nel 2011 per il loro ruolo nelle proteste, brutalmente represse dal regime. All’ex presidente Mohammad Khatami, figura di spicco del movimento riformista, è stato vietato di apparire sui media dopo le proteste. Tali leader riformisti potrebbero anche partecipare a un periodo di transizione dopo la caduta del regime».
Ma c’è davvero una possibilità di transizione?
«Questo è un regime che ha brutalizzato la popolazione iraniana per decenni. A differenza del regime di Bashar al-Assad in Siria, che era piuttosto isolato e sostenuto principalmente dalla minoranza alawita, con il supporto iraniano e russo, il potere degli Ayatollah è più radicato. Ci sono i Guardiani della Rivoluzione e i Basij. Il Paese inoltre è enorme. Molte minoranze, i curdi, gli arabi nel sud, i baluci a est e gli azeri nel nord reclameranno una qualche forma di autonomia o persino l’indipendenza. Questa fase rivoluzionaria potrebbe precedere il caos, se non addirittura la guerra civile. La transizione e il cambiamento non sono saranno semplici. Penso che questo debba essere chiaro, prima di tutto, ai leader americani, regionali e israeliani. Non sarà un percorso rapido».
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