C’è un cortocircuito evidente in una parte consistente della sinistra italiana che, se osservato superficialmente, appare come una sequenza di posizioni incoerenti, quando non apertamente assurde. Se però si cambia lente di lettura, tutto diventa tragicamente evidente. Il filo conduttore non è, come ci si aspetterebbe, la difesa dei diritti umani, né l’autodeterminazione dei popoli, ma un odio ideologico profondo e radicato verso gli Stati Uniti, verso Israele e, più in generale, verso l’idea tradizionale di Occidente.

È solo così che si spiegano scene che altrimenti sembrerebbero paradossali. Da un lato, una condanna automatica e rabbiosa di qualsiasi iniziativa statunitense in America Latina, fino al punto di vedere militanti e simpatizzanti, non solo della sinistra estrema (Potere al Popolo, collettivi studenteschi), ma anche di Rifondazione Comunista, della Cgil e della Usb, scendere in piazza non per sostenere il popolo venezuelano, ma per difendere il suo carceriere. Accade così che si chieda la “liberazione” di Nicolás Maduro mentre si insultano cittadini venezuelani che, invece, festeggiano la fine di una dittatura che li ha affamati, repressi e costretti all’esilio.

Dall’altro lato, colpisce l’assenza quasi totale di mobilitazione per il popolo iraniano. Nessuna piazza permanente, nessuna indignazione strutturale per le donne uccise o incarcerate, per i dissidenti impiccati alle gru, per una società soffocata da un regime teocratico che governa con il terrore. Nessuna protesta per le centinaia o migliaia di morti – non è dato sapere il numero preciso, dato il blocco di Internet – causati dalle forze governative nel reprimere le manifestazioni. Il silenzio su ciò che accade in Iran è assordante, soprattutto se confrontato con l’energia, la continuità e l’enfasi dedicate alla causa palestinese.

Qui emerge la vera gerarchia morale di questa sinistra: il popolo palestinese è considerato degno di attenzione assoluta e universale perché “oppresso” da Israele, identificato come avamposto dell’Occidente e alleato degli Stati Uniti. Il popolo iraniano e quello venezuelano, invece, hanno la “colpa” di desiderare una libertà che, seppure per motivi diversi, coincide con l’interesse strategico americano e occidentale. E questo li rende, agli occhi ideologici di certa sinistra, inesorabilmente sacrificabili.

La risposta alla domanda “perché i palestinesi sì, invece iraniani e venezuelani no?” è dunque semplice e brutale. Perché la libertà di Teheran e di Caracas comporta automaticamente la realizzazione di interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati. E questo è inaccettabile. Meglio allora chiudere gli occhi, minimizzare, tacere, o addirittura schierarsi con il carnefice, purché il nemico resti Washington o Gerusalemme.

Vige così l’antico proverbio arabo: “Il nemico del mio nemico è mio amico”. Poco importa se l’amico si chiama Maduro o Khamenei. Poco importa se governa affamando il suo popolo, torturando, uccidendo. I diritti umani di oltre 120 milioni di persone diventano variabili occultabili, la sofferenza reale delle persone un dettaglio trascurabile, il tutto, sacrificato sull’altare di un dogma ideologico che non ammette eccezioni: l’odio per gli Stati Uniti, per Israele e per l’Occidente, anche a costo di tradire proprio gli oppressi che si sostiene di voler difendere.