Esteri
Israele, tensione in aumento per l’attacco americano contro l’Iran. Netanyahu si mette in salvo?
TEL AVIV
In Israele la tensione è in aumento. Un eventuale attacco americano contro l’Iran — più volte evocato da Donald Trump come possibile risposta alla repressione violenta delle proteste interne — potrebbe innescare una reazione diretta contro lo Stato ebraico. In particolare, si teme il lancio di missili balistici verso i centri abitati israeliani, sia da parte iraniana sia attraverso i suoi proxy regionali. Per questo Israele si trova in uno stato di massima allerta, anche se in parte mascherato.
A Tel Aviv come a Gerusalemme, almeno in apparenza, la popolazione continua a vivere la quotidianità, come spesso accaduto alla vigilia di conflitti precedenti. Tuttavia, sotto la superficie, i segnali di allarme non mancano. In questo contesto si inseriscono voci non confermate secondo cui il primo ministro Benjamin Netanyahu sarebbe volato a Creta per motivi di sicurezza, nell’eventualità di un attacco iraniano. Il decollo accertato dell’aereo ufficiale ha suscitato curiosità e interrogativi. Nonostante la smentita del governo, la coincidenza temporale con l’attuale escalation regionale rende l’episodio quantomeno significativo. Secondo alcune ipotesi, a bordo potrebbe non esserci stato lo stesso Netanyahu.
Israele, in questa fase, è costretta ad affidarsi a una strategia di pazienza e coordinamento, soprattutto con Washington. Trump ha ormai alzato la posta e in gioco non c’è solo il confronto con Teheran, ma anche la sua credibilità internazionale. Le promesse di agire contro il regime iraniano, qualora la repressione delle proteste proseguisse, hanno creato aspettative non solo tra gli oppositori interni al regime, ma anche tra gli alleati regionali degli Stati Uniti. Le vittime delle repressioni in Iran sono difficili da quantificare, ma le testimonianze parlano di migliaia di morti e di un sistema carcerario ormai saturo. Non è chiaro se Trump opterà per interventi limitati e mirati, come in Venezuela e in Iran durante la guerra dei 12 giorni, o per un’operazione più ampia che colpisca infrastrutture strategiche, programmi nucleari, sistemi missilistici e risorse chiave del Paese. Qualunque scenario implicherebbe un coordinamento strettissimo tra Stati Uniti e Israele, data la quasi certezza di ritorsioni che coinvolgerebbero il territorio israeliano.
A Gerusalemme, intanto, le scuole cristiane non hanno potuto riaprire per il secondo semestre perché le autorità israeliane hanno sospeso o limitato i permessi di lavoro per circa 171 insegnanti provenienti dalla Cisgiordania, lasciando molte classi senza docenti. Il legame con le tensioni regionali è indiretto e riguarda soprattutto l’attuale clima di sicurezza generale. A complicare ulteriormente il quadro si sovrappone l’annunciato avanzamento del piano di pace americano per Gaza. Proprio nelle ore di massima tensione con l’Iran, Trump potrebbe presentare la fase 2 del piano, articolata in circa venti punti, dedicata alla gestione del dopoguerra. Si parlerebbe di smilitarizzazione, governance e ricostruzione, con l’obiettivo di delineare una roadmap politica credibile. Fonti egiziane hanno rivelato che sono state individuate quindici personalità palestinesi che potrebbero far parte del nuovo governo tecnico, incaricato, secondo il piano Trump, per la gestione degli affari correnti di Gaza.
Le due dinamiche — Iran e Gaza — non sono legate da un nesso causale diretto, ma possono essere lette come parte di una strategia più ampia volta a riaffermare il ruolo centrale degli Stati Uniti nella regione. Un messaggio rivolto tanto a Hamas quanto a Israele, ma anche all’intero Medio Oriente. Resta il nodo iraniano: per Washington è diventato sempre più difficile ignorare le aspettative della maggioranza della società iraniana che guarda all’Occidente come a un possibile sostegno. Senza un aiuto esterno, il popolo iraniano rischia di non avere scampo, stretto tra un regime sanguinario e una repressione senza limiti.
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