L’allineamento strategico tra Israele e Stati Uniti sul dossier iraniano e la posizione comune, ferma e non negoziabile, sulla smilitarizzazione della Striscia di Gaza sono stati presentati come i punti centrali dell’incontro di Mar-a-Lago. Ma, a uno sguardo più lungo, quel vertice potrebbe essere ricordato soprattutto per il ritorno sulla scena politica del tema della normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita. Non come slogan diplomatico, bensì come possibile chiave per una nuova architettura regionale e per l’espansione degli Accordi di Abramo.

Le parole misurate del presidente Trump sull’ingresso saudita negli Accordi riflettono la realtà senza illusioni: l’intesa è possibile, ma non immediata. Il raffreddamento del linguaggio pubblico del principe ereditario Mohammed bin Salman dopo il 7 ottobre non indica un cambiamento ideologico, bensì un adattamento tattico a una situazione esplosiva. Per questo ha sospeso la preparazione dell’opinione pubblica saudita e ha innalzato il prezzo politico: da un impegno economico israeliano in Giudea e Samaria a una dichiarazione che apra un “orizzonte” verso uno Stato palestinese.

Qui emerge il nodo centrale. Tutti sanno che questa richiesta è problematica. Non solo per Israele, ma per l’intera regione. Dopo il massacro del 7 ottobre, nella società israeliana — dalla destra alla sinistra — si è consolidata una convinzione: uno Stato palestinese sovrano, nel senso classico del termine, rappresenterebbe un pericolo esistenziale. Non si tratta più di una posizione ideologica, ma di una conclusione empirica. Gaza non è un’eccezione: è un precedente. In questo contesto, tentare di “quadrare il cerchio” con formule ambigue equivale a moltiplicare i rischi. Le ambiguità diplomatiche non proteggono i leader moderati nel mondo arabo; li indeboliscono. È arrivato il momento di affrontare il problema alla radice e smettere di chiamare “processo” ciò che è soltanto rinvio. Il 7 ottobre ha chiuso definitivamente l’era degli slogan. Ha dimostrato che uno Stato palestinese armato non è un rischio teorico, ma una minaccia reale. Ha dimostrato anche che il perpetuarsi di una gestione civile israeliana su milioni di palestinesi, senza un quadro giuridico chiaro, è politicamente e moralmente insostenibile.

Proprio per questo vale la pena tornare a una proposta israeliana seria, realistica e troppo presto accantonata: il piano di autonomia di Menachem Begin. Begin non era un idealista ingenuo, ma un realista strategico. La sua idea era semplice: Israele non può rinunciare alla responsabilità per la sicurezza nella parte occidentale della Terra d’Israele, ma non ha alcun interesse a governare civilmente un’altra popolazione. L’autonomia non era una tappa verso uno Stato palestinese, bensì una soluzione stabile per una regione priva di soluzioni miracolose. Separare sicurezza e sovranità strategica dalla gestione civile era, ed è, un atto di lucidità. Il fallimento di quel piano non fu concettuale, ma politico. Fu presentato come un trucco tattico, ignorandone le profonde radici nel pensiero di Jabotinsky e del sionismo revisionista. Abbandonata l’autonomia, Israele ha provato tutto il resto: processi senza enforcement, che hanno prodotto terrorismo; ritiri unilaterali, che hanno creato entità armate sostenute dall’Iran; e uno status quo che ha portato erosione interna e isolamento internazionale. Oggi è chiaro che l’autonomia non era il problema, ma la base mancata.

La scelta, dunque, non è tra pace e fermezza. È tra sovranità responsabile e ambiguità pericolosa. Applicare la legge israeliana dove Israele è già sovrano, garantire autonomia civile senza Stato armato, costruire una cornice di sicurezza regionale: non è ideologia, è realismo. Begin lo sapeva. Dopo il 7 ottobre, Israele non può scegliere soluzioni senza rischi. Può solo scegliere il rischio che non diventi una condanna irreversibile e cercare la pace, ma solo se è una pace sicura.

Michael Klainer

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