La strategia
Trump punta tutto sull’eldorado asiatico (sfidando Putin), negli Accordi di Abramo entra anche il Kazakistan
Il tycoon ha riunito i cinque leader dell’Asia centrale per siglare accordi sulle terre rare e per erodere la sfera di influenza di Putin
Gli Accordi di Abramo sono sempre stati considerati da Donald Trump il suo più grande successo in politica estera. Quantomeno del suo primo mandato. Ma per il presidente degli Stati Uniti, quei patti sono un punto di partenza, non d’arrivo: la sua strategia è quella di fare in modo che un numero sempre maggiore stati arabi e a maggioranza musulmana normalizzasse i rapporti con Israele via Washington. Per adesso, sul fronte mediorientale le cose non appaiono così semplici, complice la guerra a Gaza ma anche le tensioni sui vari fronti dello Stato ebraico. E così, The Donald ha deciso di cambiare rotta, ripartendo non più dal “centro”, cioè dal Levante, ma dalla periferia di questo mondo. E in particolare dall’Asia centrale.
Ieri, Trump ha annunciato che il Kazakistan avrebbe aderito agli accordi. Annuncio che è seguito a una telefonata con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e con il presidente del Paese asiatico, Kassym-Jomart Tokayev. “Presto annunceremo una cerimonia di firma per renderlo ufficiale, e ci sono molti altri Paesi che cercano di unirsi a questo club della ‘forza’”, ha scritto Trump sul social Truth. E questo annuncio, se non può essere considerato una vera e propria rivoluzione poiché esistono già rapporti tra Israele e Kazakistan, è quantomeno un primo tassello del mosaico sognato dal tycoon.
Una partita complessa, quella del presidente Usa, e con diverse sfaccettature. L’adesione di Astana agli Accordi di Abramo serve infatti come mossa per blindare i rapporti con Netanyahu e dare ossigeno all’alleato israeliano sul piano internazionale. Tanto che la stessa Hamas si è scagliata contro il Kazakistan dicendo che “normalizzare le relazioni con l’entità sionista equivale a un’operazione di copertura dei crimini di genocidio commessi dall’occupazione contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza”. Ma per Trump, inserirsi nella partita asiatica ha anche un altro significato.
Il Kazakistan è un attore fondamentale nel “grande gioco” delle materie prime, non solo idrocarburi ma anche uranio e altre risorse minerarie. È da sempre un elemento cruciale di qualsiasi strategia asiatica, un gigante che si inserisce naturalmente, anche per motivi geografici, nella sfida a tre tra America, Cina e Russia. E questo annuncio sugli Accordi di Abramo è arrivato (non a caso) mentre Trump riceveva a Washington i presidenti di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. The Donald, insieme al vicepresidente JD Vance e al segretario di Stato Marco Rubio, ha riunito i cinque leader dell’Asia centrale con due intenti principali. Il primo: siglare accordi commerciali soprattutto nell’ambito delle terre rare. Il secondo, erodere la sfera di influenza di Mosca e Pechino ribadendo invece le opportunità per questi Paesi di avvicinarsi a Washington. Due obiettivi fondamentali di questa presidenza repubblicana, e che Trump non ha mai nascosto.
Il presidente Usa aveva chiarito anche con la stessa Ucraina che le terre rare rappresentavano un pilastro della sua agenda diplomatica. E quei Paesi asiatici hanno nei loro territori sia queste che minerali critici fondamentali per l’industria e la tecnologia americana. Tra i vari accordi siglati, il Kazakistan ne ha firmato uno con gli Usa per lo sfruttamento di un enorme giacimento di tungsteno (dove opererà la statunitense Cove Kaz Capital Group). Fondamentali sono anche le sue riserve di uranio per l’energia nucleare globale. Il Turkmenistan è ricco di gas. L’Uzbekistan fa gola a tutti per il suo oro e il suo argento. E The Donald sa che quei Paesi sono un club ambito da tutti. La Russia, che vanta con gli “-Stan” la loro vecchia appartenenza al blocco sovietico, ha da tempo accelerato il suo percorso per rafforzare i legami con quei Paesi. Una sfida che Vladimir Putin ha lanciato anche al suo “amico” (ma non sempre alleato) Xi Jinping, dal momento che la Cina ha messo nel mirino il “suo” occidente attraverso la Via della Seta.
L’Unione europea, che pure appare indecisa su diversi dossier strategici, si è mossa da mesi (e se non anni) nello stringere legami commerciali con gli Stati dell’Asia centrale sia in ambito energetico che minerario. Trump ha ricevuto gli elogi di tutti i leader presenti, da Tokaiev che ha parlato di un “un uomo di Stato mandato dal cielo per riportare il buon senso e le tradizioni”, al presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev che ha detto che “nessun presidente degli Stati Uniti ha mai trattato l’Asia centrale” come il tycoon. E Trump, alla caccia “del potenziale incredibile” dell’Asia centrale, ha già messo gli occhi su questo potenziale Eldorado per sfidare Xi e Putin.
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