Massimo Franco scrive sul Corriere del diniego all’atterraggio dei bombardieri Usa che “stavolta è stato un no del quale il governo può uscire bene”. Certo che può uscire bene, questa è la specialità della casa. Non siamo forse riusciti a uscire dal Mondiale? Abbiamo anche un know how invidiabile, prova ne sia che è la terza volta che ne usciamo. Una tale uscita elegante l’abbiamo fatta nella Prima guerra mondiale, cambiando con disinvoltura d’alleanza, raggiungendo il culmine nella Seconda guerra mondiale, dove Mussolini è stato cacciato perfino dal genero, per consegnare l’Italia ai nazisti. Bel guadagno. Nel Dopoguerra, abbiamo battuto tutti i record facendo scappare chi aveva dirottato una nave italiana, buttando a mare un anziano ebreo in sedia a rotelle.

Lo stesso Franco, che è un giornalista che ammiro, serio e attendibile, scrive che l’accusa di subalternità a Trumpsecondo molti nella stessa maggioranza ha contribuito alla sconfitta bruciante del 22 e 23 marzo”. Ciò posto, diventa inutile prendere una laurea in Scienze politiche se si considera che gli elettori italiani blocchino la riforma del Consiglio superiore della magistratura per via dell’asserita subalternità di Meloni nei riguardi di Trump. Come dire che si tradisce la compagna perché l’Italia non si qualifica a tre Mondiali di fila. Se è vero che l’Italia è in crisi, anche il nesso di causalità non se la passa tanto bene.

Giorgia Meloni era stata già accusata di subalternità agli Usa, ma l’accusa non è nuova. Essendo stata tale accusa un leit motiv della propaganda del Partito Comunista contro Alcide De Gasperi, è sorprendente che Meloni se ne sia fatta influenzare, tanto più se si ricorda che è stato nel periodo di maggiore influenza americana che l’Italia imboccò la via del miracolo economico: strano sfruttamento, quello in cui lo sfruttato si arricchisce. Se andassimo a ritroso, ricorderemmo che nel 1959 il film The mouse that roared (Il ruggito del topo) raccontava di un micro Stato europeo che voleva far la guerra agli Usa e perderla, poiché gli Stati che avevano perso la guerra (Italia e Germania) stavano meglio di chi l’aveva vinta.

Se il governo avesse ospitato gli aerei americani, avrebbe dovuto far fronte alle bordate dell’opposizione ma, per contro, avrebbe dimostrato coraggio. Secondo un’autorevole opinione, bastava che avvertissero prima il governo, come da trattati. L’Iran, notoriamente, è alleato di Hamas, proxy di Hezbollah, in rapporto con gli Houthi e, fino a ieri, col Venezuela, oltre ad aver fatto saltare in aria un’istituzione ebraica a Buenos Aires. Senza l’Iran, non ci sarebbe stato il 7 ottobre, con tutta la tragedia che ne consegue. Ospitare una ragnatela, nemmeno tanto nota, di basi militari americane, per poi negare l’atterraggio, può pure essere compreso e addirittura giustificato, ma è pur sempre di difficile compatibilità.

La buona politica postula scelte nette, altrimenti ci troveremmo come le truppe Unifil in Libano, isterilite dalla mancata chiarezza sulle regole d’ingaggio. Per non dire della scarsa utilità di farsi condizionare dalle accuse dell’opposizione. Se il problema consistesse nell’apertura ad altre istanze, basterebbe andare a ripescare i ministri non più in base alla sola fedeltà, bensì sulla base del merito. Sono tutte scelte ingrate, ma altre non ve ne sono.