Festa della donna a Milano, la retorica di questa giornata celebra solo chi ce l’ha fatta

Forse si chiama Yulia, o forse Irina, o forse Natalia. Non lo sappiamo perché non glielo abbiamo mai chiesto. Sappiamo che la mattina alle sette è già in piedi nella cucina di un appartamento qualsiasi, che prepara la colazione per una donna di novant’anni che non ricorda più il nome dei figli, che la sera le parla in un italiano dolce e approssimativo per farla addormentare. Sappiamo che ha un figlio a Chișinău o in qualche altre città lontana che non vede da anni. Milano è piena di donne così. Donne che la città attraversa senza vederle. L’infermiera che alle tre di notte percorre il corridoio della terapia intensiva del Niguarda. L’educatrice che apre il cancello dell’asilo di via Padova quando fuori è ancora buio. La donna che pulisce gli uffici di un grattacielo di Porta Nuova dopo che tutti sono andati via.

E ci sono le donne iraniane di Milano, che in questi giorni vivono con il telefono sempre acceso e il cuore sempre stretto. Donne che di notte chiamano e aspettano che qualcuno risponda. Quando qualcuno risponde, piangono di sollievo. Quando nessuno risponde, piangono e basta. L’otto marzo è la loro festa, ci dicono. Ma loro non festeggiano. Non hanno tempo, non hanno modo, e soprattutto non hanno voce. La retorica di questa giornata celebra le donne che ce l’hanno fatta — la manager, l’imprenditrice, la scienziata — e va benissimo, dobbiamo celebrarle. Ma ogni donna che sfonda il soffitto di cristallo poggia i piedi su un pavimento che un’altra donna ha lavato quella mattina.

C’è una catena invisibile di cura che tiene insieme questa città. Una catena fatta di mani femminili, di pazienza femminile, di rinunce femminili. Milano le deve tutto e non le deve nulla, perché non le conosce. Quest’anno l’otto marzo cade in una città sospesa. Le Olimpiadi sono finite, il referendum sulla giustizia è tra due settimane, le elezioni comunali sono all’orizzonte. Si parla di politica, di primarie, di coalizioni. Non si parla di Yulia, o forse Irina, o Natalia. Forse basterebbe questo: che qualcuno, l’otto marzo, le chiedesse davvero come si chiama. E le dicesse “Grazie!”.