Feste, il sussulto di Cinema e Chiese nel continuo esilio della dimensione di senso

A Netflix sign is displayed atop a building in Los Angeles, Thursday, Dec. 18, 2025, with the Hollywood sign in the distance. (AP Photo/Jae C. Hong)

Aveva ragione Claudio Velardi quando, in un intervento online di qualche giorno fa, ammoniva a non cadere, con troppa semplicità, nell’inganno che ci porta a dare per vero tutto ciò che i media propongono. Oggi, infatti, la fanno da padrone la tendenza alla spettacolarizzazione, la notizia ai fini della propaganda e del consenso. La valanga di informazioni spinta dal web è ovunque. Intanto però le sale dei cinema sono sempre più vuote. Esattamente come le chiese. E la percentuale resistente di “fedeli” che vi cercano ancora un barlume di espressione dell’animo umano si affievolisce. Senza inutile catastrofismo, è chiaro che l’esondazione del digitale ha confinato nelle retrovie dell’intelletto il buon senso e ha reso la complessità di questo mondo nuovo ancora più liquida, relativa.

Cinema e Chiese vuote: l’esilio della dimensione di senso

Nel discorso pubblico, come nelle relazioni individuali, riconoscere fatti e “verità” è impresa titanica. Ci si perdoni la mescolanza di sacro e profano, ma questo esilio della dimensione di senso è una tendenza che accomuna non solo la conoscenza ma anche l’appartenenza. L’audience della fede come quella dell’intrattenimento culturale e, purtroppo anche quella della politica è marcata da un’età avanzata che cede di fronte alla rapidità inarrestabile della trasformazione. E tende a disertare piuttosto che a capire. È una strada senza ritorno di cui due fatti recenti rappresentano la conferma di questo cambio epocale: nei giorni scorsi l’Academy of Motion Pictures, Arts and Science, in altre parole l’ente che assegna gli Oscar del cinema, ha annunciato che, d’ora in poi, la cerimonia annuale abbandonerà i tradizionali canali televisivi per spostarsi su YouTube. Tre le ragioni di fondo. L’Academy punta ai giovani, ai nativi digitali, per i quali il canale principe dei video rappresenta una sorta di sancta sanctorum. Quello che mostra YouTube “è vero”, come l’oracolo di Matrix. Poi, è proprio questo social media ad offrire la possibilità di “parcellizzare” le ore di cerimonia in decine di micro-eventi, di “meme” da riproporre all’infinito. Per la gioia, infine, degli investitori pubblicitari che da tempo hanno spostato i loro investimenti sul virtuale. Follow the money si dice. Minimo sforzo massimo guadagno.

Il caso Warner – Netflix

Il secondo episodio simbolico riguarda la battaglia che si è scatenata intorno a quella che è forse la più famosa casa di produzione cinematografica del mondo, l’americana Warner. A poco sembra siano serviti interventi “a salvataggio” della compagnia che rappresenta il cinema “tradizionale”. A vuoto anche una cordata che vedrebbe come ispiratore lo stesso Trump. Niente da fare. Gli Studios, salvo colpi di scena dell’ultima ora, passeranno nelle mani di Netflix. “È il mercato bellezza”, direbbero i liberisti più incalliti. Certo. Il punto però riguarda un cambio di paradigma nella concezione e nella fruizione dei contenuti cinematografici.

Si punta al salotto di casa

Si punta al salotto di casa e agli smartphone piuttosto che alle sale piene di pubblico. Pietra tombale sul cinema come esperienza collettiva da vivere in un luogo fisico, in presenza di altri. Un film è un semplice prodotto come altri. Non un’esperienza. Nulla di strano, si dirà, per quest’epoca di frammentazione e isolamento. Ma la sconfitta dell’analogico è la sconfitta di un certo tipo di immaginario che richiede tempo, presenza, luogo e mediazione. Tutto azzerato dall’immediatezza della fruizione digitale.

Cinema e giornali, romantici dinosauri

Cinema, televisioni e giornali, che un tempo facevano il bello e cattivo tempo, oggi sono romantici dinosauri in una prateria frequentata ancora dagli ultimi samurai a difesa del fortino del reale. Contrastare queste strategie del mercato dei media è impresa eroica. Ma diventare consapevoli almeno dei meccanismi e fermarsi un attimo a pensare è una scelta di libertà che ancora possiamo e dobbiamo compiere. Perché non è tutto oro ciò che luccica.