Francesca Albanese, come l’odio per Israele ha screditato l’Onu: ne valeva la pena?

La Relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese nella sala stampa della Camera dei deputati in occasione della presentazione del nuovo Rapporto su Gaza dal titolo “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”, Roma, Martedì 3 Febbraio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) UN Special Rapporteur for the Occupied Palestinian Territories Francesca Albanese in the press room of the Chamber of deputies during the presentation of the new Report on Gaza entitled "Genocide in Gaza: a collective crime”, Rome, Tuesday February 3, 2026 (Photo by Roberto Monaldo /LaPresse)

Sarebbe insufficiente lo spazio di un’intera pagina soltanto per elencare – figurarsi commentare – gli spropositi e le oscenità cui si è lasciata andare Francesca Albanese nel corso della sua militanza anti-israeliana e antisemita. E ci vorrebbe chissà quanto per nominare i troppi – giornalisti, conduttori televisivi, politici, conferenzieri, rettori universitari – che hanno offerto tribuna alla “special rapporteur”, la sedicente avvocata secondo cui “gli ebrei” (non Netanyahu, non il governo di Israele, non l’esercito israeliano: “gli ebrei”) hanno fatto ai palestinesi ciò che i nazisti fecero agli ebrei.

Lasciamo dunque perdere le singole voci del cupo curriculum di questa disinvolta attivista, e accantoniamo la responsabilità dei tanti che ne hanno consentito l’accreditamento. Il punto su cui riflettere è un altro, e risiede in questo interrogativo: ne valeva la pena? L’odio per Israele e il pregiudizio antiebraico del vasto mondo politico-editoriale che ha lasciato imperversare in quel modo Francesca Albanese – ecco la domanda – valeva la pena del discredito portato alle Nazioni Unite dalle volgari intemperanze della propria consulente? Valeva la pena lasciare che quell’odio e quel pregiudizio si sfogassero consentendo a Francesca Albanese di adoperare la propria immunità per quelle intollerabili incursioni? Valeva la pena che le Nazioni Unite si riducessero a un desolante scudo protettivo dell’attivista che istiga i ristoratori a molestare i clienti che non denunciano il genocidio e l’apartheid? Valeva la pena che un altissimo ufficio della cooperazione internazionale finisse al rango di credibilità, di rispettabilità e di dignità che può vantare una ciurma da Flotilla?

Vogliamo sperare che almeno qualcuno tra chi pure nutre tutto quell’odio, tutto quel pregiudizio, o anche soltanto vi accondiscende, capisca infine che proprio non ne valeva la pena. Vogliamo sperare che si renda conto del danno fatto a un’organizzazione – l’Onu – già abbastanza malridotta per sopportare l’affronto supplementare di essere associata a questa sguaiata megalomane. Ma è possibile che si tratti di speranze vane. È possibile che gli agenti politici ed editoriali di Francesca Albanese detestino più Israele e gli ebrei di quanto tengano alla decenza delle istituzioni internazionali. È possibile che neppure le divagazioni di Francesca Albanese sul “nemico comune dell’umanità” bastino a far dire loro basta.