L'analisi della segretaria
Fumarola (Cisl): “Referendum? Andiamo a votare ma non trasformiamolo in un giudizio sul Governo. La vera sfida è far crescere salari e produttività”
Referendum, diritti, lavoro, politica industriale e il caso-rider in un’analisi approfondita con la Segretaria Cisl Daniela Fumarola.
Segretaria, ci avviciniamo al referendum sulla Giustizia. Le parti sociali non si sono espresse. Perché?
«La nostra posizione della Cisl è chiara. Non diamo indicazioni di voto, se non quella di andare a votare. È un referendum costituzionale senza quorum. La partecipazione è quindi decisiva. Riteniamo che la polarizzazione e i toni esasperati di questi mesi non abbiano fatto bene a un dibattito che avrebbe dovuto concentrarsi su questioni tecniche e di merito. L’errore più grande sarebbe trasformare questo referendum in un voto pro o contro il Governo. Non è questo il punto. Le ragioni di una riforma della giustizia sono chiare, anche e soprattutto in ambito lavoristico, dove tempi certi e qualità delle decisioni incidono direttamente sui diritti delle persone e sulla competitività del sistema. Ma proprio per questo è necessario analizzare i contenuti della legge costituzionale nella loro essenza, senza forzature ideologiche».
Si è parlato di un attacco al sistema democratico. Lei cosa ne pensa?
«Non c’è nessun attacco alla democrazia, né atteggiamenti paramafiosi nell’ordine giudiziario. Chi ha a cuore il principio di realtà ha oggi il dovere di riportare la discussione sul piano dei contenuti. Noi stessi abbiamo organizzato approfondimenti tecnici che daranno voce a giuristi sostenitori del “sì” e del “no”. Il nostro compito è informare in modo serio».
Sul fronte economico e sociale, quali sono le priorità che secondo voi dovrebbe affrontare il Governo in questa fase?
«Il lavoro, prima di tutto. Non solo in termini quantitativi – i dati sull’occupazione sono positivi – ma di qualità. La vera sfida è far crescere salari e produttività, investire in formazione e competenze per governare le grandi transizioni, includere e valorizzare giovani e donne, rafforzare la contrattazione, migliorare salute e sicurezza. Sono fattori decisivi per imboccare una traiettoria di crescita solida e duratura, soprattutto quando verrà meno la spinta del Pnrr. È per questo che proponiamo un patto tra Governo e parti sociali».
E da dove bisogna partire?
«Dai nodi strutturali che frenano retribuzioni e consumi, competitività e innovazione. Il patto di cui parliamo deve poggiare su uno scambio virtuoso tra salari e produttività. Significa rafforzare la contrattazione decentrata per migliorare le performance delle imprese, facendo evolvere l’organizzazione del lavoro, negoziando flessibilità e redistribuzione dei risultati. C’è da investire in innovazione, sicurezza e protagonismo dei lavoratori nella vita dell’impresa, delle amministrazioni pubbliche. La formazione deve diventare diritto universale, soggettivo e portatile. Bisogna utilizzare la leva fiscale, finanziando politiche attive e welfare, scuola e filiera della conoscenza».
Possiamo tornare a parlare di politica industriale?
«Non solo possiamo, dobbiamo. Il dialogo tra sindacati e imprese dimostra senso di responsabilità. In queste settimane stiamo incontrando unitariamente le maggiori rappresentanze datoriali per trovare punti di sintesi aggiornati, tra l’altro, su rappresentanza, contrasto al dumping contrattuale e bilateralità. Non stiamo solo avanzando richieste, stiamo offrendo una visione del sistema Paese. Sul versante industriale le priorità sono tre: difendere e rilanciare la manifattura accompagnandola nella doppia transizione digitale e verde, rilanciare la qualità e la sicurezza del lavoro, rafforzare le filiere strategiche con strumenti strutturali e non emergenziali».
Qual è secondo voi il vero male del mercato del lavoro oggi?
«Il disallineamento tra competenze disponibili e competenze richieste. Viviamo un paradosso: persone che faticano a trovare lavoro e imprese che non trovano le figure di cui hanno bisogno. Nel mezzo, un sistema di politiche attive ancora debole e frammentato. La formazione continua non è un optional ma una infrastruttura essenziale. È quello che definiamo il “nuovo articolo 18”».
Cosa può fare l’intelligenza artificiale per rendere il lavoro più produttivo?
«Le potenzialità sono enormi. Ma più cresce la potenza dello strumento, più servono regole chiare a tutela di trasparenza, equità e centralità della persona. Il sindacato deve essere protagonista nella fase di introduzione dell’IA nelle imprese. Vogliamo contrattare trasparenza algoritmica, protezione dei dati, criteri di valutazione delle performance e redistribuzione dei guadagni di produttività».
Concludiamo con l’inchiesta sulle società che utilizzano in maniera selvaggia i rider. Cosa ne emerge?
«Rispettiamo il lavoro della magistratura e ne abbiamo piena fiducia. Dobbiamo sempre più rafforzare le tutele per i rider applicando i contratti comparativamente più rappresentativi e generando attraverso le relazioni industriali le tutele necessarie anche a elevare retribuzioni, sicurezza, welfare e flessibilità di chi sceglie liberamente di operare in autonomia».
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