Mentre in Israele l’attenzione mediatica è concentrata sulle rivolte contro il regime iraniano degli ayatollah – che molti auspicano possano segnare la fine di quasi cinquant’anni di potere – e ci si interroga su se, quando e come Donald Trump deciderà di intervenire, a Gaza si muovono dinamiche meno visibili ma altrettanto decisive.
Gaza, attesa per l’annuncio del Board of Peace post Hamas
Hamas ha infatti ordinato il passaggio dell’amministrazione civile della Striscia a un governo che dovrebbe operare sotto la supervisione del Board of Peace previsto dal piano di Trump. La composizione del board incaricato di sovrintendere il futuro governo tecnico palestinese dovrebbe essere annunciata a breve, forse già questa settimana. Giovedì scorso, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha posto una condizione netta all’inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov, destinato a diventare direttore operativo del Consiglio per la pace della Striscia di Gaza: la totale smilitarizzazione della Striscia, come stabilito dal piano in 20 punti di Donald Trump. Non è affatto chiaro se Hamas accetterà davvero questa precondizione, che inizialmente sembrava aver almeno formalmente digerito. Chi scrive è convinto che Hamas tenterà di arrampicarsi sugli specchi per trovare un compromesso che le consenta di rimanere un soggetto politico attivo nel futuro di Gaza. Ma un punto appare scontato: Israele non permetterà alcuna ricostruzione senza solide garanzie di sicurezza. Non potrà esserci una nuova Gaza in cui Hamas, o formazioni analoghe, ricostruiscano un apparato militare con l’obiettivo dichiarato dell’eliminazione dello Stato di Israele.
Gaza, che cos’è il Board of Peace
È fondamentale chiarire che il Board of Peace non è un’emanazione delle Nazioni Unite, bensì un organismo gestito dagli Stati Uniti d’America. Il Consiglio dovrebbe lavorare con un governo palestinese tecnocratico e con una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), probabilmente composto da circa 15 Paesi, tra cui l’Italia come membro effettivo. Trump ne sarà il presidente. Non esiste ancora una lista ufficiale dei Paesi partecipanti, ma oltre all’Italia – che dovrebbe essere rappresentata da Giorgia Meloni o dal ministro degli Esteri – è altamente probabile la presenza di Regno Unito, Germania, Francia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, tutti rappresentati al massimo livello politico. Il successo del piano Trump è appeso a due variabili decisive: Hamas e il futuro dell’Iran. Se da un lato Hamas sembra aver accettato il trasferimento del governo della Striscia a un esecutivo tecnocratico guidato dal board, dall’altro le sue dichiarazioni ambigue, la sua cronica inaffidabilità e, soprattutto, la richiesta di garanzie sostanziali sul proprio futuro politico pongono limiti invalicabili per Israele.
La tattica di Hamas
Dopo il 7 ottobre non è più pensabile accettare un interlocutore che oggi firma compromessi per guadagnare tempo e domani torni a preparare la guerra. Tutto lascia pensare che l’attuale atteggiamento di Hamas sia puramente tattico, funzionale a una futura riorganizzazione militare. Emblematiche, in questo senso, le parole dell’ostaggio liberato a ottobre, Eitan Mor, visibilmente sconvolto dalle capacità militari e dal livello di conoscenza di Israele dimostrati da Hamas: “Hamas non si arrenderà finché l’ultimo israeliano non se ne sarà andato”. È questa, oggi come ieri, la strategia di Hamas.
