"Per fare la pace con l’altra parte serve coraggio, molto coraggio"
Gaza, Yossi Beilin (vice di Rabin): “Svolta all’Onu, sono ottimista: la pace si fa con i nemici, irritando gli estremisti”
Il braccio destro del premio Nobel al Riformista: “Bell’incontro con Elly Schlein, Trump è determinato, ora dialogo: fuori Hamas, nasca la Palestina democratica”
Due anni dopo il 7 ottobre e all’indomani della risoluzione Onu 2803, l’ex ministro laburista Yossi Beilin – uno degli architetti degli Accordi di Oslo e storico collaboratore di Yitzhak Rabin – riflette con Il Riformista sulla fine di un ciclo, sul futuro della leadership palestinese, sull’heritage di Rabin, sull’antisemitismo europeo e sui rapporti tra sinistra israeliana e sinistra italiana.
Due anni dopo il 7 ottobre e con l’adozione della nuova risoluzione Onu, abbiamo davvero chiuso un ciclo della storia del conflitto?
«Lo spero. C’è una buona possibilità, perché il presidente americano Trump è determinato a fare tutto il possibile per non permettere la ripresa della violenza ed è pienamente impegnato su questo fronte».
Quindi, è ottimista…
«Sono ottimista proprio per il suo interesse diretto a impedire che l’incendio ricominci».
La risoluzione Onu 2803 delinea un nuovo quadro politico. Dal suo punto di vista apre davvero una prospettiva per un nuovo processo politico?
«Sì, in teoria può farlo. È naturalmente troppo presto per giudicare, ma è un passo in avanti molto importante e il fatto che Trump sia riuscito a convincere Cina e Russia ad astenersi è, politicamente, un risultato enorme. Se tutte le parti saranno pronte, potremo andare avanti su questa base».
La leadership palestinese, divisa tra Gaza e Cisgiordania, può davvero costruire una prospettiva credibile di pace? O le divisioni interne e il ruolo di Hamas restano il principale ostacolo alla coesistenza?
«Hamas è sempre stato un ostacolo, anche prima del 7 ottobre e a maggior ragione dopo. Quello che dobbiamo fare è assicurarci che Hamas non torni a governare la Striscia di Gaza. Il nostro partner, secondo il processo di Oslo, è l’OLP. L’OLP ha creato l’Autorità Palestinese: con loro dobbiamo negoziare e loro devono tornare a Gaza per governare Gaza, che è stata sottratta al loro controllo nel giugno 2007».
Guardando avanti: si dice solo Due popoli, due Stati. Gaza e Cisgiordania possono evolvere in una vera democrazia, non solo in uno Stato con dei confini ma in un sistema che garantisce diritti, responsabilità, pluralismo?
«Spero moltissimo che, alla fine, lo Stato palestinese sarà uno Stato democratico. Ma questa non è una condizione che poniamo né all’Egitto né alla Giordania. E non sono sicuro che sarebbe saggio, da parte nostra, subordinare gli sforzi di pace con la leadership palestinese allo svolgimento di elezioni e al compimento di una democrazia piena».
Se pensiamo oggi all’immensa eredità e di Yitzhak Rabin, cosa resta essenziale del suo metodo politico per qualsiasi futuro processo di pace?
«Per fare la pace con l’altra parte serve coraggio, molto coraggio».
Cosa intende, per coraggio?
«Persino la disponibilità a rischiare la propria vita. Ma se non lo si fa, la situazione sul terreno diventa molto pericolosa. Credo che Rabin abbia fatto ciò che ha fatto senza vivere nella paura della morte: non immaginava che sarebbe arrivato a un assassinio del genere, ma sapeva che nella nostra storia ci sono persone che hanno pagato con la vita, da re Abdullah I ad Anwar Sadat fino a Husni al-Za’im in Siria nel 1949 e ad altri ancora. Cercare la pace significa irritare gli estremisti del proprio campo. E così sarà anche in futuro: se da entrambe le parti non ci saranno leader disposti a rischiare la propria vita, non si riuscirà a fare la pace».
L’Europa sta vivendo una nuova, spesso violenta ondata di antisemitismo. Come cambia questo fenomeno il rapporto tra Israele, l’Unione europea e Paesi come Italia, Francia, Spagna?
«Lo rende molto più difficile. L’Europa è, è sempre stata, il nostro alleato naturale in tutti questi anni: non tutti i Paesi, ma molti di loro. E non possiamo permetterci di perderla. Naturalmente esiste un modo per affrontare la questione a livello bilaterale con i singoli Stati. Ma sono certo che una pace tra noi e i palestinesi cambierebbe i rapporti tra Israele ed Europa di 180 gradi».
Veniamo al rapporto tra sinistra israeliana e sinistra italiana. Qual è oggi la relazione reale? Ieri ha incontrato Elly Schlein…
«Direi che questi rapporti vengono mantenuti. Non posso dire che siano relazioni molto intense, ma vediamo la sinistra italiana come nostra partner e nostra amica da molti anni. E questo è vero anche oggi: posso confermarlo dopo l’incontro con Elly Schlein».
Lei è stato capace di guidare il processo negoziale per Israele in una fase difficile, fino a Oslo. Non deve essere facile fare la pace con chi insanguina il tuo popolo.
«Lo so. Ma non c’è altro modo. La pace si fa con i nemici».
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