Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele; le nuove tensioni fra Etiopia ed Eritrea; il proseguimento della guerra civile in Sudan: dietro queste situazioni complesse in Corno d’Africa, c’è direttamente o indirettamente la longa manus degli Emirati.
Il Governo di Abu Dhabi ha collocato da tempo l’Africa fra le sue principali priorità geo-strategiche, dedicando cospicui finanziamenti non sempre trasparenti al sostegno sia di Governi che di gruppi di opposizione specialmente nella fragile regione del Corno: obiettivo primario è di ottenere una serie di accessi portuali sulla sponda africana del Mar Rosso e dello Stretto di Bab El Mandeb; di conseguire un maggiore controllo sui traffici marittimi, e migliori capacità di contrasto ai ribelli Houthi filo-iraniani dello Yemen; di accrescere la propria influenza sugli equilibri complessivi dell’area; di aumentare le proprie riserve di oro, diamanti e pietre preziose grazie alle miniere della regione, per diventarne il principale hub mondiale (il Ministero del Commercio emiratino ha pubblicato dati che per il 2024 indicano circa 2 miliardi di dollari per le importazioni di oro dal Sudan, e poco meno di un miliardo per quelle dall’Etiopia).
Anche se non espressamente dichiarato, l’obiettivo strategico emiratino, ancora più ambizioso, è di influenzare gli sviluppi politici, economici, ed energetici africani dal Mar Rosso fino all’Atlantico, grazie ad una serie di collegamenti e partnership con Governi, capi militari, fazioni o gruppi di opposizione in alcuni Stati considerati essenziali nel Continente: ne discendono forti legami con le leadership etiopica e della Mauritania; un sostegno militare e logistico ormai chiaro alle milizie RSF sudanesi che combattono da due anni contro il Governo di Khartoum; una rilevante presenza economica in Repubblica centrafricana, anch’essa ispirata principalmente dalle sue miniere aurifere; un sostegno operativo e politico al Generale Haftar nella parte orientale della Libia; una serie di intese per forniture militari in cambio di diritti minerari con i Paesi del Sahel governati dai “golpisti” (Niger, Mali, Burkina Faso, Ciad, Guinea); buoni rapporti e intese commerciali e per la Difesa con i Governi di Senegal e Marocco.
Nel perseguimento di tali obiettivi, gli sceicchi emiratini non si fanno eccessivi scrupoli etici circa le forniture di armi e droni da combattimento, né circa i beneficiari di tali armamenti, purché essi siano in grado di controllare di fatto territori e snodi commerciali di importanza strategica per Abu Dhabi. Mentre per quanto riguarda il sostegno armato alle milizie del Generale Hemetti nella guerra civile sudanese, la diplomazia emiratina ha più volte tentato di smentire il proprio coinvolgimento militare, e le responsabilità legate al protrarsi del conflitto e delle tragedie umanitarie in corso, sul precedente conflitto in Etiopia (2020-2022), con epicentro la regione del Tigray, Abu Dhabi non ha fatto mistero delle forniture al Governo di Addis Abeba di droni e mezzi blindati: questi ultimi hanno contribuito a causare centinaia di migliaia di morti nei cruenti combattimenti (nel 2021 furono rilevati dai satelliti oltre cento voli della compagnia cargo Fly Sky Airlines, per il trasporto dagli Emirati alle Forze Federali etiopi di droni iraniani, cinesi e turchi, e blindati emiratini).
Di fatto, Abu Dhabi è oggi fra i maggiori investitori nel Continente africano, con finanziamenti che superano i 110 miliardi di euro, inclusi quelli per la Difesa e la Sicurezza, impiegati in iniziative contro il terrorismo jihadista ed eversivo di Al Qaeda, ISIS e gruppi affiliati nel Sahel, in Somalia, in Kenya, in Nigeria, Mozambico settentrionale e altre aree di crisi, oltre che per assicurare i citati interessi geo-strategici emiratini. Società degli EAU particolarmente attive in Africa orientale sono la DP World per la logistica portuale (con ingenti lavori nei porti di Bosaso, in Puntland; di Berbera, in Somaliland; e di Gibuti); la petrolifera ADNOC; la Masdar, per le energie rinnovabili e la transizione energetica; la Al Dhara, per le risorse agricole.
Gli approvvigionamenti alimentari dall’Africa sono un settore meno controverso rispetto alle forniture militari, ma comunque centrale nella strategia di Abu Dhabi, che non possiede terre fertili per l’agricoltura ed importa il 90% dei prodotti. L’Africa, per la disponibilità di aree e la sua vicinanza geografica, è un obiettivo fondamentale della politica agricola degli sceicchi, i quali anche per questo aspirano al controllo dei porti continentali. Gli interessi agricoli principali si trovano in Etiopia, Sudan, Kenya, Tanzania, Mozambico, cioè presso le coste orientali del Continente. Al tempo stesso, gli Emirati rappresentano per l’Africa quel mercato strutturato ed affidabile di cui il Continente ha più che mai bisogno per esportare i propri prodotti orto-frutticoli.
Dopo una certa diffidenza, l’Europa (compreso l’Italia) si sta progressivamente aprendo alle collaborazioni in Africa con gli Emirati, anche se questo ha un prezzo in termini di valori etici, rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto; ma si sa che queste sono sensibilità in forte calo anche nel Vecchio Continente.
