Gli USA sono alleati insostituibili per l’UE. Ma la dipendenza non sia un cappio al collo

L‘asse Roma-Berlino è durato un battito di ciglia. C’era da aspettarselo. Si può anche capire l’imbarazzo di Giorgia Meloni di fronte a un uomo che l’ha sempre incensata e adulata. Ma oggi è in gioco non un rapporto personale, bensì la dignità e il ruolo nel mondo dell’Europa.

A meno che la premier non si senta rassicurata e appagata dall’endorsement di Trump per i “partiti patriottici” dell’Ue. In questo senso, il discorso di Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha segnato un cambio di tono rispetto a quello pronunciato un anno fa dal vicepresidente J. D. Vance dallo stesso palco. Ma la sostanza non è cambiata: unitevi alla campagna di Trump per rimodellare il mondo a vantaggio di Washington, oppure toglietevi di mezzo. Allora, la domanda è sempre la stessa: l’Europa è davvero in grado di fare da sola? Può costruire una Difesa autonoma, sviluppare una base tecnologica indipendente, ridurre la dipendenza strategica da un alleato che la tratta apertamente come un peso?

La risposta europea, accelerata dalla guerra in Ucraina, è stata una corsa al riarmo senza precedenti in tempo di pace. La realtà, tuttavia, è che l’Europa non può sostituire gli Stati Uniti nel breve e medio termine. Può costruire una Nato più europea, può aumentare la spesa per armamenti, può avviare processi di integrazione militare che un anno fa sarebbero stati impensabili. Ma la dipendenza strategica da Washington resterà un fatto strutturale per almeno un decennio.

E questa dipendenza non si limita al settore militare. Sul fronte tecnologico e digitale, il divario è ancora più profondo. Tre aziende americane (Amazon, Microsoft e Google) forniscono oltre il 70% dell’infrastruttura europea di cloud computing, l’impalcatura su cui si reggono servizi sanitari, sistemi bancari, Pubblica amministrazione e Difesa nazionale. I social network sono americani. Le reti di pagamento (Mastercard e Visa) sono americane. Il chatbot di Intelligenza Artificiale più usato in Europa (ChatGPT di OpenAI) è americano. Il satellite Internet dominante (Starlink di SpaceX) è americano.

Mario Draghi, nel suo Rapporto sulla competitività europea del 2024 e in interventi successivi, ha fotografato la situazione con precisione: solo quattro delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche al mondo sono europee, e il divario di produttività con gli Stati Uniti si è allargato soprattutto per l’incapacità dell’Europa di capitalizzare la rivoluzione digitale. Draghi ha chiesto che l’Unione diventi una “federazione” per evitare di essere “conquistata una alla volta” da Cina e Stati Uniti. Ha sostenuto che dove l’Europa ha federalizzato le proprie competenze, nel commercio, nella concorrenza e nella politica monetaria, è rispettata come potenza. Dove non lo ha fatto – come nella Difesa, nella politica industriale, negli affari esteri – è trattata come un insieme di Stati di media taglia, da dividere e gestire di conseguenza. Ma il passaggio da una confederazione di 27 Stati con diritto di veto a una federazione capace di agire con decisione resta un obiettivo lontano.

L’Europa si trova così intrappolata in un paradosso. Vuole ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, ma nel breve e medio termine non ha alternative credibili, né militari, né tecnologiche, né industriali. Può aumentare la spesa per la Difesa, investire nel cloud sovrano, promuovere il software “open source“, costruire chip e lanciare satelliti. Ma ciascuno di questi passi richiede tempo, denaro e un livello di coordinamento politico che i 27 Paesi dell’Unione faticano a raggiungere.

Nel frattempo, ogni giorno che passa consolida le dipendenze esistenti. La risposta alla domanda sollevata sopra è dunque semplice nella formulazione e complessa nelle implicazioni: no, l’Europa non può diventare indipendente dagli Stati Uniti, non oggi e non nel prossimo futuro. Può però iniziare a costruire le condizioni perché quella dipendenza non sia più un cappio al collo. Ma il tempo a disposizione sta per scadere.