Politica
Governo, il fantasma della stabilità continua a perseguitare il Paese
Da sempre – per lo meno da quando l’uomo si interroga sull’arte del buon governo – la stabilità è l’obiettivo principe di ogni comunità politica. Senza stabilità ogni ordinamento è fragile, e si tratta di una caratteristica pericolosa e non scevra da rischi e debolezze che ne compromettono la funzionalità. Se prendiamo ad esempio la nostra storia, allora senza timore potremmo fare nostre le parole di Goethe nel Faust, non casualmente citate dal dottor Freud in apertura del suo capolavoro Psicopatologia della vita quotidiana – “L’aria è ora cosi piena di fantasmi, che nessuno sa come fare ad evitarli”.
Non è forse il fantasma della stabilità quello contro cui finiamo costantemente per scontrarci nel nostro Paese? Non è il dissidio su come raggiungere la stabilità il grande dilemma politico italiano? Una questione irrisolta – e noi siamo il Paese delle questioni irrisolte – che ci trasciniamo da ben prima che nascesse l’Italia repubblicana e persino l’Italia unita. Perché essendo, come è noto, lo Stato unitario la prosecuzione di quello sabaudo, ereditandone la carta costituzionale e la struttura istituzionale, in esso si sono trasferiti limiti e aporie storiche presenti per l’appunto nello stato piemontese. Già allora il tema della stabilità e della governabilità assumeva tratti di strettissima attualità, dovendo allora il potere esecutivo sgomitare per rendersi autonomo dal potere regio di cui era diretta emanazione, come oggi è chiamato a compiere un passo decisivo per rendersi indipendente da quei “fantasmi” abilmente alimentati per ragioni politiche che hanno traslato il problema della governabilità anche nella costituzione del 1947.
Se il tema della governabilità in epoca statutaria si rifletteva nei limiti posti in difesa delle prerogative regie, in fase di discussione politica in Assemblea Costituente si è posto il tema di limitare l’agibilità politica dell’esecutivo – sfruttando lo spauracchio del possibile ritorno dell’autoritarismo sul modello del regime fascista – allo scopo di ostacolare l’eventuale conquista del potere da parte dell’avversario. Si tratta di una pagina poco edulcorante rispetto alla versione sacrale della “costituzione più bella del mondo”, ma veridica nella sua realizzazione materiale. Lo stesso Piero Calamandrei – citato sempre a convenienza e sostenitore accanito del sistema presidenzialista – evidenziò fino all’esame finale in aula i limiti di un sistema destinato a frantumarsi in quanto privo di quegli elementi capaci di rigenerarne l’essenza, e di assicurare quella governabilità che non può che essere fondata sulla chiarezza dei poteri dell’esecutivo e dei suoi confini. Si scelse invece di optare per un sistema opaco, indefinito, e totalmente ripiegato sulla capacità del sistema politico -partitico di giungere alla risoluzione di ogni increspatura e allo sciogliere quei nodi che inevitabilmente si sarebbero palesati all’orizzonte.
Nacque, già con De Gasperi, il tentativo di sanare il vulnus per via ordinaria, attraverso lo strumento poi divenuto consuetudinario delle leggi “elettorali” intervenendo dunque dall’esterno sulla “costituzione materiale”. Già allora, con il fallimento dei capisaldi della legge Scelba, si ebbe la prima grave frattura tra potere esecutivo e climax politico. Il dato meramente cronologico dovrebbe far riflettere quanti ancora oggi si oppongono, storcono il naso e si stracciano le vesti in favore di un sistema istituzionale che è nato già segnato dai suoi limiti. Ciò che ha permesso quarant’anni di governabilità al netto dell’instabilità politica dei governi è stata la solidità del sistema partitico di quella che, per consuetudine giornalistica, definiamo “Prima repubblica” e che al crollo di quel sistema, ha mostrato senza veli la debolezza del nostro impianto istituzionale, e soprattutto ha posto nuovamente l’interrogativo ciclico sul ruolo del potere esecutivo.
Il timore dell’autoritarismo – non legittimato il alcun modo dalla realtà – è più che altro il tentativo di mantenere vivo lo status quo per un puro calcolo personalistico di chi nelle debolezze del sistema ci sguazza, mentre difficilmente troverebbe terreno fertile in un sistema dai parametri forti. Difficilmente si spiegherebbero altrimenti anche le conversioni sulla via del “parlamentarismo” di quanti, nel corso del tempo, con il volgere della loro fortuna politica, hanno abbandonato desideri e ambizioni di riforma. Questi hanno preferito muoversi all’interno di un sistema che, pur facendo acqua da tutte le parti, garantisce loro quel minimo di agibilità politica difficilmente realizzabile in un sistema chiaro e strettamente ancorato alla traslazione pura e semplice della volontà popolare. Sono gli alchimisti del parlamentarismo i nemici della governabilità e del riformismo, coloro i quali agitano a convenienza lo spirito della costituzione sapendo che dai limiti di essa ne deriva il proprio tornaconto politico.
Persino i negazionisti, coloro i quali – invece – si sono proclamati sacerdoti e vestali della nostra Costituzione, quelli che negano ogni necessità di riforma, anche loro, non possono non osservare il deterioramento delle nostre istituzioni, che non è certo un bene e non può essere misurato aleggiando spettri del passato. Oppure capendo che le istituzioni devono essere rigenerate attraverso quell’attitudine certosina alla manutenzione che porta inevitabilmente a riformarle quando esse mostrando segni di cedimento. Riformare non significa tradire, ma comprendere e intervenire, mostrando quella maturità politica e giuridica delle nazioni forti. Ma bisogna partire da una distinzione essenziale quanto mai fraintesa tra stabilità e governabilità.
La stabilità è il frutto della solidità delle maggioranze politiche ed è figlia anche del sistema elettorale – di tipo maggioritario – mentre la governabilità è data dall’agibilità politica del potere esecutivo che non deriva da alchimie assembleari di tipo parlamentare, ma è il frutto politico di un dato elettorale che legittima l’azione politica del governo e del Primo Ministro come emanazione della volontà popolare.
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