Gratteri, flop dell’Operazione “Stige”. Il caso Laurenzano e altri cento assolti, l’avvocato: “Un esito prevedibile”

NICOLA GRATTERI MAGISTRATO

Fra le 169 persone arrestate il 9 gennaio del 2018 nell’ambito dell’operazione “Stige” c’era anche lui, Michele Laurenzano, all’epoca 43enne sindaco di Strongoli, nel Crotonese. L’accusa che gli costò un mese e mezzo di domiciliari era durissima: essersi piegato ai desiderata della ’ndrangheta. Su questo la Dda di Catanzaro, in quel momento guidata da Nicola Gratteri, non aveva dubbi. È finita con l’assoluzione di circa 100 imputati, fra cui lo stesso Laurenzano. Il fatto non sussiste, ha sentenziato il 26 novembre scorso la Cassazione che, accogliendo la richiesta dello stesso procuratore generale, ha rigettato il ricorso della Procura contro la sentenza di appello del 10 novembre del 2023.

Gratteri, flop dell’Operazione Stige

Laurenzano era accusato di aver favorito la cosca Giglio di Strongoli attraverso una serie di scelte amministrative riguardanti, fra l’altro, il Piano Spiagge, per il quale avrebbe mediato un sodale di fiducia della ’ndrina e, addirittura, la bitumazione di una strada di quest’ultimo. Condotte che, secondo la Dda, avevano la forza di agevolare le attività della cosca grazie all’“atteggiamento accondiscendente” del sindaco dopo l’incendio dell’auto della sua vice. Intimidazione in grado di far cambiare rotta all’Amministrazione comunale guidata da Laurenzano, il quale sarebbe sceso a patti con la cosca attraverso l’adozione di atti che “quantunque in sé riconosciuti come leciti” e in buona parte “improduttivi di un qualche beneficio per gli associati”, fanno notare i giudici richiamando il tenore delle accuse, avrebbero comunque “costituito manifestazione di asservimento” della funzione pubblica e rafforzato il sodalizio mafioso anche attraverso il semplice impegno per la loro adozione.

Il caso Laurenzano e altri cento assolti, l’avvocato: “Un esito prevedibile”

Un ragionamento tanto sottile quanto fallace smontato dalla Corte d’Appello di Catanzaro, convinta che “la condizione necessaria della conservazione” e del “rafforzamento del sodalizio” va “verificata sempre con accertamento ex post”. Ciò che va dimostrato, insomma, è l’“incidenza concreta della condotta sulla vita e l’operatività del sodalizio criminale”. E invece, scrivono i giudici, tale contributo è stato “individuato in forme di ausilio” manifestatesi “nell’adozione (o in alcuni casi nella mera promessa) di atti del tutto leciti, se non doverosi”, oltre che “in buona parte improduttivi di risultati concreti”, visto che il Piano Spiagge non è mai stato approvato e la strada del sodale della cosca mai asfaltata. D’altronde, evidenzia la sentenza quasi redarguendo la Procura, “non è dato comprendere in che modo la promessa di riparazione delle buche di una strada comunale, che conduce (anche) all’abitazione di un presunto affiliato, possa avere concretamente agevolato o rafforzato una cosca mafiosa”.

Sentito dal Riformista, l’avvocato Vincenzo Ioppoli, difensore di Laurenzano, spiega che il suo assistito “era imputato insieme a Francesco Capalbo, il vigile urbano del Comune. Capalbo è stato assolto in appello e il Pm non ha proposto ricorso, dunque la sentenza è divenuta irrevocabile. Per Laurenzano, invece, suo coimputato per gli stessi, identici fatti, la Procura ha proposto ricorso”. Inutilmente, come dimostra l’assoluzione definitiva. Nel processo Stige, l’avvocato Ioppoli (del collegio difensivo fanno parte anche i colleghi Francesco Verri ed Enrico De Martino) ha difeso anche l’imprenditore dei vini Valentino Zito e l’imprenditore edile Giuseppe Tridico. Tutti assolti. “D’altronde – chiosa il legale – di fronte alle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello, che ha descritto in modo chiaro e completo le condotte tenute dagli imputati, l’esito del processo in Cassazione era piuttosto prevedibile”.